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mercoledì 30 maggio 2012

Appunti dal corso - Incontro di sabato 19 maggio - La revisione del testo

Circa un anno fa, la nostra collega Daniela B. riassumeva così l’incontro dedicato alla revisione del testo.
Per una volta prendo una scorciatoia e vi invito a… rivederlo.
A presto,

G.S.


Appunti dal corso - Incontro di sabato 12 maggio - Scrivere il finale

“Il climax è l’interrogazione finale
la cui risposta deve contenere in sé
un fardello inimmaginabile di dolore e di disperazione.
Si può dire che il componimento
prenda inizio da questo punto:
dalla fine, cioè da dove tutte le opere d’arte
dovrebbero incominciare.”
Edgar Allan Poe

Cosa si prova a scrivere il finale di una storia?
Nulla di particolare, se quel finale è figlio di ciò che abbiamo raccontato. Sollievo, se per tutto il tempo abbiamo temuto che non saremmo stati capaci di scriverlo.
Perplessità, se quello che abbiamo scelto è il finale di un’altra storia. Se è un epilogo finito lì per caso, che c’entra poco sia con le premesse, sia con il cuore del nostro racconto. Se è una conclusione tirata via in fretta.  

Come si fa a scrivere il finale adatto alla nostra storia?

Nel suo prezioso corso di scrittura on line (che trovate gratuitamente qui), lo sceneggiatore Fabio Bonifacci osserva:

“[I manuali di sceneggiatura] quando arrivano al finale cominciano a intorcinarsi e a diventare evasivi. Sul concetto che dovrebbe essere decisivo, quello di climax, spendono tutti pochissime parole, come se nessuno in realtà l’avesse mai capito bene e, per prudenza, si limitassero a nominarlo.” 

Lo stesso Bonifacci aveva già notato poche righe prima:  

“Sull’inizio si può quasi ‘teleguidare’ chi scrive senza neanche sapere cosa sta scrivendo. Basta fare domande. C’è un protagonista definito? Ha una volontà precisa e – possibilmente – interessante? Quali ostacoli esterni si oppongono alla sua volontà? E quali ostacoli interiori? Cosa desidera e di cosa ha paura? C’è un evento che ‘mette in moto’ la storia?” 

Se proviamo a immaginare, anche per la stesura del finale, un set di domande “tipo”, ci rendiamo conto che la faccenda è più complicata. Perché ogni finale è un caso a sé. Più precisamente, un finale ben scritto è diretta e coerente conseguenza della narrazione che conclude. Non un alieno in arrivo da un'altra galassia, ma un'arteria già pulsante dentro l'organismo-storia.
Proviamoci lo stesso, seguendo la traccia segnata da Bonifacci e alcune indicazioni di Giulio Mozzi.
Supponiamo di essere a un buon punto del nostro racconto: ne abbiamo scritto l’esordio e lo sviluppo e ci troviamo in “zona climax”, ovvero nella parte in cui i nodi vengono al pettine. Ecco alcune domande che potremmo porci mentre iniziamo la nostra corsa verso il finale:

Quali sono i nodi principali della storia?

Ho idea di come questi nodi si scioglieranno? (Se sì, lavora su quelli. Se no, lavora su quelli.)

Mi ricordo dell’idea (del sentimento, del pensiero) che mi ha spinto a iniziare a scrivere? Potrebbe esserci un nesso tra quell’idea e il finale della storia?  

Potrebbe quell’idea iniziale corrispondere al cuore della mia storia? O potrebbe contenerne, addirittura, il finale? (In altre parole: il finale potrebbe essere nascosto nelle righe dell’esordio e nello sviluppo?).

Se decidessi di raccontare questa storia partendo dal finale, cosa scriverei?

“Nell’inizio, la fine”, potrebbe essere il titolo di questo post.
Una volta lo scrittore Giulio Mozzi, oltre a suggerirmi l’esercizio che avete trovato qui, mi ha fatto notare quanto segue:

... non mi pare il caso di cominciare a scrivere un racconto se non si ha ben chiaro come la faccenda andrà a finire. Perché poi ciò che è scritto è scritto, è diventato più vischioso, non si riesce a modificarlo più che tanto, e se ciò che è scritto ci porta lontani da un buon finale - non se ne esce più.
Direi dunque che i consigli possono essere:
- non cominciare a scrivere prima di avere un'idea precisa di come il racconto dovrà finire;
- quando si avrà un'idea precisa di come il racconto dovrà finire, provare a fare una breve traccia a partire non dall'inizio, ma dalla fine; in modo che il racconto risulti tutto costruito non sulla situazione iniziale ma su quella finale.”

Può accadere, tuttavia, di ritrovarci in mezzo al deserto. Con una storia che ci è scappata di mano, perché ha iniziato a scriversi “da sola” e noi l’abbiamo lasciata fare. Quella storia, adesso, è finita in una palude e non riesce a venirne fuori.
Cosa fare?
Probabilmente ci conviene staccarci dal lavoro per un po’. Non forzare, non “appiccicare” alla storia una conclusione frettolosa e... inconcludente.
Rileggere il testo cercando di intuirne il senso (la direzione, il significato) naturale. Lasciargli il tempo di crescere ancora dentro di noi prima di percorrere gli ultimi metri e di congedarsi: con un grazioso inchino, magari, e qualche affanno. 

Giuliana Salerno




martedì 8 maggio 2012

Appunti dal corso - Incontro di sabato 5 maggio - Tempi di poesia

“[…] la poesia cova nascosta, silenziosa,
come una forza segreta e insurrezionale.
È un contagio gioioso, sotterraneo,
ciclicamente pronto a riemergere improvviso.”
Valerio Magrelli


Non di trame e personaggi, ma di terzine e settenari s’è parlato sabato scorso in aula. Non di dialoghi né di voce narrante, dunque, ma di strategie metriche, retoriche e stilistiche, e del sentimento di cui queste possono animarsi.
La professoressa Giuseppina D’Agostino ci ha traghettato oltre le nostre prove di racconto in prosa, nei mari intimi e simbolici della poesia classica e più tardi, con l'associazione Clementina Borghi, in quelli tumultuosi dell’esperienza di Vivian Lamarque.
Dopo un lungo oblio, ecco riapparirci le movenze de la donna mia quand’ella altrui saluta, la profondissima quiete ispirata dall’ermo colle, i nudi piedi di Valentino vestito di nuovo, le sacre sponde che né più mai toccherò, il ristoro di giugno sul verde melograno e il disperato canto alla silenziosa luna.
Non fu sempre dolce il nostro incontro giovanile con i poeti; non sempre ci venne facile seguire e apprezzare la loro voce. Eppure, sabato scorso ha segnato, per alcuni di noi, l’inizio di una riconciliazione con chi, come i poeti, ha saputo riunire “zefiri sereni” e “spirto guerrier”, e che oggi meglio di altri interpreta le necessità del nostro tempo.
Perché spesso, per scrivere un post, un tweet o un sms ci vengono in soccorso proprio la brevità e l’efficacia di un verso. Oggi più di ieri, sintesi e velocità sono esigenze che possono incarnarsi nella poesia.
Sarà un caso che a vincere il Nobel per la letteratura pochi mesi fa sia stato un poeta? Sarà un altro caso che proprio in quest’epoca si siano accorti in tanti dei versi liberi (e forti, e densi) della polacca Szymborska?
E che dire della suggestione del giapponese haiku, poesia brevissima diventata per molti di noi un passatempo, un gioco, un’occasione?
Proprio con un invito a scrivere haiku Giuseppina D’Agostino ha dato il via al primo apprendistato poetico di “Eppur si scrive”. Tutti a comporre attimi poetici, allora. Tempo di coglierli e di vestirli di versi. Ora di contar sillabe (poche, pochissime). Da snocciolare in breve, e a breve, su questo blog.

Giuliana Salerno

Un gatto nero
in candeggina finì.
Un gatto bianco.
Pino Pace

mercoledì 2 maggio 2012

Appunti dal corso - Incontro di sabato 28 aprile - Seconda parte

Brevi annotazioni sulla composizione dei dialoghi

Iniziamo con una distinzione che quasi tutti abbiamo imparato sui banchi di scuola: quella tra discorso indiretto e discorso diretto.
Nel discorso indiretto mancano le battute dei personaggi. Apprendiamo ciò che c’è da sapere dalla voce narrante, che ovviamente non riporta letteralmente le parole dette o pensate dai protagonisti della storia, ma in un certo modo le interpreta.
Il discorso diretto consiste nella citazione esatta delle parole dei personaggi della storia. È segnalato tipograficamente dalle virgolette o dai trattini.
Ne sono esempi il monologo, il monologo interiore, il dialogo.
Nel discorso diretto, il narratore riporta senza filtri le battute dei suoi personaggi. In questo caso la narrazione si definisce “mimetica”.
Nel caso del discorso indiretto, invece, il narratore fa da mediatore tra il lettore e la vicenda rappresentata. In questo caso la narrazione è detta “diegetica”.

Discorso diretto/indiretto libero o legato
Sia il discorso diretto che quello indiretto possono essere “liberi” o “legati”. Per il momento, riferiamo questa distinzione solo al discorso diretto.
Nel discorso diretto libero manca il verbo dichiarativo. Ovvero, mancano i vari rispose, disse, replicò etc.
Il lettore entra in immediato contatto con le parole del personaggio. La voce narrante resta nell’ombra.
Nel discorso diretto legato la battuta è introdotta da un verbo dichiarativo. La presenza del narratore si sente più forte (e, di conseguenza, aumenta la distanza tra lettore e personaggio).

Ed ora, qualche accenno al dialogo.

Come si impara a scrivere un dialogo?
Prima di tutto, come diceva Eduardo de Filippo, bisogna andare in giro e ascoltare la gente che parla. Notare il lessico, l’accento, il registro (colloquiale, gergale, giovanile, tecnico), la lunghezza delle frasi, le espressioni usate più frequentemente, i gesti e le espressioni del viso.
Il dialogo deve fornire a chi legge un’impressione di immediatezza, come se scaturisse dalla bocca dei protagonisti e non dalla mente di chi li ha creati.
È necessario sapere più cose possibile dei personaggi a cui daremo voce: l’estrazione  sociale, il contesto in cui agiscono, la relazione che c’è tra loro, i loro intenti e timori. Ogni battuta deve rivelare qualcosa di loro, proprio come accade tra persone reali che, quando s’incontrano, sin dal primo momento si fanno conoscere per quello che dicono.
È anche vero che, come accade nella vita reale, i personaggi non dicono tutto quello che passa loro per la testa. Per paura, per timidezza, per secondi fini, per prudenza. La parola, dunque, pur essendo utilizzata per esternare il pensiero, di rado lo riflette fedelmente: ci sono dei meccanismi di filtro tra ciò che pensiamo e sentiamo e ciò che, più o meno volontariamente, esprimiamo attraverso le parole. Ecco perché scrivere un buon dialogo non significa scrivere tutto.
Dobbiamo entrare nella mente dei nostri personaggi e intuire quali parole sceglierebbero per tradurre (o tradire, o scegliere di non tradurre) il loro sentire e i loro pensieri. Meglio ancora se, come accade nei momenti di grazia, i personaggi hanno iniziato a “muoversi e a parlare da soli”, indipendentemente dal nostro arbitrio.

Caratteristiche di un buon dialogo
Naturalezza, espressività, chiarezza, sintesi. Non dovrebbe contenere ripetizioni né tempi morti, se non sono strettamente funzionali. Avere ritmo, armonia, essere coinvolgente, non stereotipato. Contenere tratti tipici delle conversazioni che si svolgono nel mondo reale: i personaggi devono interrompersi, completarsi le frasi a vicenda, cambiare argomento, rispondere anche con il silenzio. Cosa si nasconderà dietro il loro silenzio?

Alcuni obiettivi del dialogo
  • Dare voci diverse ai personaggi, rendendoli riconoscibili dal tono, dalle espressioni ricorrenti, dal ritmo delle battute.
  • Distinguere i punti di vista degli interlocutori.
  • Fornire informazioni sull’ambiente, sul rapporto tra i personaggi, il loro carattere, la loro storia, il loro stato d'animo… senza diventare “didascalico”, ovvero senza ridursi a un un elenco espositivo privo di spontaneità.
  • Portare avanti la storia: dopo un dialogo, i personaggi si troveranno in una situazione diversa da quella che l’aveva preceduto e saranno costretti a fare qualche altra cosa. Ecco, dunque, che la narrazione avanzerà di un passo.

Quando scrivere i dialoghi?
Non siamo obbligati a farlo mentre siamo concentrati sull’elaborazione della storia: rischieremmo di non avere ancora ben definito il carattere e le relazioni tra i personaggi. Se lo riteniamo opportuno, possiamo rinviare la scrittura dei dialoghi a un momento in cui la narrazione avrà preso corpo, e con essa i tratti dei protagonisti della storia. Così facendo, le loro battute scaturiranno dalla nostra mente in modo più naturale e verosimile.

Cosa fare quando abbiamo scritto il dialogo?
Rileggerlo ad alta voce. AD ALTA VOCE. AD ALTA VOCE.

Giuliana Salerno


(Sullo stesso argomento, v. anche il link http://eppursiscrive.blogspot.it/search/label/Strumenti)




martedì 1 maggio 2012

Appunti dal corso - Incontro di sabato 28 aprile - Prima parte

Facciamo un paio di passi indietro.
Alcune settimane fa ciascuno di voi ha regalato a un collega di corso... un’idea. Un’idea che, secondo gli accordi che avevamo stabilito, conteneva uno o più elementi utili a immaginare una storia. E quindi: un’immagine, una sensazione. Un personaggio abitato da desideri e paure. Una situazione che contenesse i germi di un conflitto.
L’idea che Carla ha regalato a Cristian è pressappoco la seguente: una donna scopre quasi per caso che sua figlia, invece di essere sul punto di laurearsi, come aveva detto, ha sostenuto sì e no un paio di esami.
Cristian ha sviluppato questo spunto in un breve racconto, letto il quale gli ho proposto di scriverci sopra un dialogo tra madre e figlia, avendo cura che l’una non rivelasse all’altra di essere a conoscenza dell’inganno.
Ne è risultato uno scritto già efficace, al quale sabato scorso abbiamo ancora lavorato tutti insieme. Osservate le sottili variazioni di senso e di effetto ottenute sostituendo, eliminando o aggiungendo parti di testo, abbiamo anche considerato l’opportunità di abolire o ridurre la presenza (l’ingerenza?) della voce narrante.
Di seguito, il dialogo in questione. Nel post successivo, invece, qualche annotazione tecnica sul discorso diretto e, in particolare, sui dialoghi.

Giuliana Salerno

***

“Mamma, mamma…”
Un tocco delicato la scosse. Nadia aprì gli occhi: Elena la guardava preoccupata.
“Mamma… stai bene…?”
“Si tesoro, mi ero coricata un attimo. Tu come mai sei a casa così presto?”
“Il Prof. ha annullato la lezione all’ultimo minuto, come al solito. Se la tirano tanto, ma fanno gran poco.”
La madre la guardò di sbieco:
“Sembra che l’ambiente sia contagioso.”
“Cioè?”
“Beh, a ventidue anni si potrebbe almeno tenere le stanza in ordine. Tua nonna, ad esempio, non mi avrebbe mai permesso di uscire se avessi lasciato un  caos del genere in camera mia. E pure in casa, non me ne restavo di certo con le mani in mano. ”
“Dai, mamma, non attaccare con quella solfa, erano altri tempi.”
“Guarda carina mia, che non parliamo del Giurassico, ma di venticinque anni fa.”
“Ok, ma non me la vorrai ancora menare con la storia delle faccende di casa? Ho il lavoro al negozio, è un part-time, è vero, ma ho anche  l’università che  mi impegna tantissimo.”
“Già, l’università…”
“Sbaglio o il tuo tono era leggermente ironico?”
“Solo leggermente, ma visto che siamo in tema, quand’è che hai intenzione di dare l’ultimo esame?” 
“Sto finendo di prepararlo, lo sai, ma nel frattempo mi sono già portata avanti con la tesi. Ho scelto l’argomento, ho stilato un prospetto di lavoro da seguire, ho cercato il docente con cui prepararla, ho scelto il titolo e ho selezionato i testi da usare .”
“Prendi fiato, figlia mia. Non ti stancherai troppo?”
“Come sei premurosa… Mammina cara.”
“Sono una mamma… Ogni mia preoccupazione un giorno verrà ripagata, e la tua laurea sarà un ottimo anticipo.”
“Bene, se allora vuoi essere ripagata presto, ora mi lasci da sola, in modo che mi possa preparare per l’ultimo esame.”
“Questo e altro, per la mia futura dottoressa.”
Nadia si apprestò a uscire dalla stanza.
“Mamma.” La chiamò.
Nadia si girò, e guardandola dritta negli occhi:
“Sì?”
“Mi chiuderesti  la porta, per favore…?”

Autore: Cristian Longhi
Soggetto: Carla Fortunati



giovedì 19 aprile 2012

Una lezione di Raymond Carver

“Non parto mai da un’idea. Ogni volta vedo qualcosa. Parto da un’immagine, una sigaretta spenta in un barattolo di mostarda, per esempio, o i resti, il relitto, di una cena rimasta sul tavolo. Lattine vuote gettate nel caminetto, roba del genere. E a queste immagini subito si accompagna una sensazione. La sensazione sembra che mi riporti a quel particolare momento e luogo, all’ambientazione di quel momento. Però è l’immagine – e l’emozione che si porta dietro – la cosa più importante.”

Raymond Carver, Niente trucchi da quattro soldi - Consigli per scrivere onestamente, Minimum Fax, Roma, 2002. Traduzione di Riccardo Duranti.

mercoledì 18 aprile 2012

Lettere di Italo Calvino a Raffaello Brignetti

13 gennaio 1959

Caro Brignetti,

ho riletto il tuo libro (La riva di Charleston, N.d.R.) e l’ho fatto leggere ad altri amici. E devo dirti sinceramente che i difetti fondamentali che c’erano prima ci sono ancora. E non so darmene pace perché sono convinto che il libro buono c’è, si tratta solamente di sfrondare, tagliare senza pietà.
Tagliare cioè tutto quel che c’è di “poetico” e “profondo” e che invece è terribilmente di second’ordine: tutti i discorsi su E, i dialoghi d’amore, i ricordi del dizionario e della palude, insomma tutto il mondo psicologico di questo babbeo di protagonista devi – non dico modificarlo o attenuarlo o sfoltirlo – devi farlo sparire completamente, non lasciarne traccia, dimenticarti completamente di averlo scritto. 
Hai in mano un romanzo bellissimo; con una struttura narrativa a prova di bomba, con un interesse di vicende che ti prende da principio alla fine, con quella virtù mai abbastanza lodata nei pochi romanzieri che ce l’hanno che è la precisione […] e vai a infarcirlo di tutti i cascami d’un lirismo retorico da quattro soldi! Sono molto arrabbiato con te, di non riuscire a farti capire questa cosa.
Mi dirai: ma allora devo fare del protagonista una figura di cui si sa poco o nulla, anonimo, senza volto? Sì, ti rispondo, certo, chi se ne frega, fai del protagonista una figura di cui si sa poco o nulla, anonimo, senza volto, che se mai i suoi ricordi se li tiene per sé, e vedrai che tutto fila e  il romanzo diventa un bellissimo romanzo.
Ti rimando il dattiloscritto. Vorrei che ti rimettessi a lavorare armato d’una sacra ferocia verso te stesso e d’un sacro amore verso la tua opera.

Cari saluti

Dattiloscritta.

***

Qualche anno dopo, in una lettera dell’11 gennaio 1966 allo stesso autore e riferendosi a un altro romanzo, Il gabbiano azzurro, Calvino avrebbe scritto:

“[…] Il racconto nuovo ha immagini molto poetiche; ma ti preferisco quando racconti dei fatti, più che nell’abbandono lirico; ossia mi piace l’abbandono lirico che veste una struttura di racconto di fatti.”
 
***

Testi tratti da:

Italo Calvino, I libri degli altri, Einaudi, 1991.

Appunti dal corso - Incontro di sabato 14 aprile

All’inizio del corso abbiamo parlato della necessità di affinare le nostre capacità di osservazione. Cosa accade intorno a noi? Quali aspetti della realtà si evolvono e si modificano? Quanto “ci perdiamo” dei dettagli, delle trasformazioni, dei fenomeni del mondo umano, animale, vegetale? E cosa potremmo, invece, notare semplicemente esercitando le nostre capacità di osservazione e ascolto più del solito?
L’esercizio di “sbucciare un’arancia” e raccontare le sensazioni collegate a quell’esperienza aveva proprio lo scopo di ricordarci che i nostri sensi sono continuamente chiamati in gioco nelle attività che svolgiamo ogni giorno.
Vista, udito, gusto, olfatto e, in generale, le sensazioni corporee ci permettono di accedere a un’infinità di informazioni e dettagli riguardanti ciò che avviene dentro e fuori di noi. Quella che invece ci manca è, molto spesso, l’abitudine di utilizzare consapevolmente i cinque sensi come strumenti di conoscenza della realtà.
Anche gli esercizi di descrizione di alcuni oggetti di casa erano un invito a osservare l’ambiente con più attenzione. Siamo, ad esempio, in grado di raccontare a memoria soggetti e caratteristiche (autore, tecnica, epoca) dei quadri appesi alle pareti del nostro soggiorno? Potremmo specificare le dimensioni, la forma e il colore del portaombrelli nell’ingresso? E il materiale di cui è composto? Ricordiamo con precisione aspetto, marca e provenienza del robottino da cucina che pure utilizziamo tutti i giorni?
In particolare, questi esercizi lasciavano la libertà di svolgerne la traccia sia in modo oggettivo, realizzando pure “schede tecniche”, sia inserendo nel testo riferimenti personali quali il significato e le emozioni ad essi collegati.
Eppure, molto più di puri e semplici “esercizi di osservazione e descrizione” si sono rivelati gli scritti che mi sono arrivati sul tavolo.
E sapete quali, a mio parere, si sono distinti dagli altri per forza, nitidezza, efficacia?
Forse quelli puramente descrittivi?
Forse quelli descrittivi con un breve accenno “emotivo-psicologico” alla propria relazione con l’oggetto?
Oppure quelli, diciamo così, “cinquanta e cinquanta”?
I brani di alcuni autori che in queste settimane ci stanno guidando nel nostro percorso ci hanno aiutato a formulare delle risposte o, comunque, a decidere in quale direzione muoverci. Nei prossimi post comparirà parte degli estratti letti insieme in aula.

Giuliana Salerno




domenica 8 aprile 2012

Appunti dal corso - Incontro di sabato 31 marzo

Da dove vengono le storie?
Da qualsiasi luogo, tempo, stato d’animo.
E in che modo prendono forma?
Nei modi che l’autore scopre essere più efficaci per il proprio stile di lavoro, per le circostanze che vive in quel momento, per il tipo di storia che vuole raccontare. Quest’ultima espressione, “tipo di storia che si vuole raccontare”, sottende l’idea che chi inizia a scrivere conosca già quello che andrà a narrare. Ciò è vero in parte. Tutto ha inizio, molto spesso, da una suggestione, un ricordo, un’immagine da cui si originano i fili di possibili storie.
Umberto Eco, nel rievocare i momenti dai quali scaturirono le idee germinali del suo primo romanzo, Il nome della rosa, afferma di essere stato colpito dall’immagine di un monaco assassinato mentre leggeva in una biblioteca*. Quell’immagine avrebbe “chiesto” allo scrittore di costruirvi intorno qualcos’altro, mentre il resto sarebbe venuto a poco a poco, inclusa la decisione di situare la vicenda nel Medioevo. Tutto il resto sarebbe nato

“… leggendo, rivedendo delle immagini, riaprendo armadi dove si erano accumulate da venticinque anni le mie schede medievali, stese per tutt’altre ragioni”.

Una sola immagine, dunque, all’origine di una storia che è entrata nella… storia della letteratura e anche del cinema. E, a proposito del “quando” iniziare a scrivere, è notevole come Eco abbia trascorso un anno abbondante

“senza scrivere un rigo […] Leggevo, facevo disegni e diagrammi, inventavo un mondo. Questo mondo doveva essere il più preciso possibile, in modo che io potessi muovermici con assoluta confidenza. Per il Nome della rosa, ho disegnato centinaia di labirinti, e di piante di abbazie, basandomi su altri disegni, e su luoghi che visitavo, perché avevo bisogno che tutto funzionasse, avevo bisogno di sapere quanto ci avrebbero messo due personaggi per andare parlando da un luogo all’altro. E questo definiva anche la durata dei dialoghi”. 

Quando metterci a scrivere, dunque, se l’idea per una storia ha cominciato a girarci in testa? Dipende da molte cose, ovviamente. A volte l’impulso a scrivere, a cogliere quel momento di temporanea nitidezza e a trasformarlo in parole è irresistibile, quindi... assecondiamolo! Anche perché non è detto che quell’impulso si ripresenti uguale (e ugualmente efficace).
Tuttavia, potrebbe anche essere sufficiente, in un primo periodo, limitarsi ad appuntare quell’idea in modo schematico. 
“Appuntarla” può significare molte cose: documentarsi su luoghi e personaggi, accumulando materiale; tracciare lo schema di un possibile inizio (o svolta, o finale) o anche un abbozzo di trama, se si ha già in mente lo sviluppo di una situazione determinata. Scattare fotografie dei luoghi che potrebbero diventare teatro degli eventi che racconteremo. O anche, come fece Eco – il quale ha, probabilmente, una particolare inclinazione per la dimensione grafica e visiva –, disegnare (mi vengono in mente, a tal proposito, anche i disegni e i bozzetti con cui artisti Fellini e Buzzati arricchirono la loro attività creativa… ma questo sarà oggetto di un altro post).
Non scrivere necessariamente subito, dunque. Farsi lambire dalla luce di quell’aurora, portarsela in giro, parlarle, farla crescere, se ne ha voglia. E non lasciarla sola, non addossarle la responsabilità di essere la nostra unica chance.
Il che significa affiancarla, possibilmente, con altri barlumi di idee, ricordi o immagini che condividano con la prima l’onere di sollecitare la nostra immaginazione.
Se ricordate, l’ultimo esercizio proposto al corso consisteva nello scrivere almeno sette idee per altrettante storie. Non sette storie, ma sette ipotesi, sette inizi che contenessero uno schema composto dai seguenti elementi:

- una situazione iniziale di apparente tranquillità;
- un personaggio dotato di un desiderio e di una paura;
- un evento che, chiamando in gioco proprio quel desiderio e quella paura, imponesse al personaggio di compiere delle scelte (e iniziare, così, un percorso di svelamento di sé).

Perché “almeno sette idee”? Perché sette è  meglio di sei, o di tre. Perché meglio di sette sarebbe scriverne otto, dieci, venti, trenta. Perché è utile abituarci a generare idee per le storie che potremmo, un giorno, scrivere. Perché una delle frustrazioni degli aspiranti scrittori è quella di “non avere idee” o, peggio, di averne una sola e di essersi arenati su quella mille volte.
Perché a forza di generare e appuntare idee, arriverà un momento in cui ci verrà automatico.
Una volta chiesero ad Einstein quale fosse la differenza tra lui e un uomo qualsiasi. Lui rispose che, se si fosse chiesto a una persona qualunque di trovare un ago in un pagliaio, trovato un ago questa si sarebbe fermata. Lui, invece, avrebbe messo sottosopra l’intero pagliaio, alla ricerca di tutti gli aghi possibili.
Generare idee per le nostre storie è simile a cercare soluzioni ai nostri problemi. Se siamo persuasi che la soluzione a un problema sia una e una sola, una forte tensione interna ci impedirà di liberare tutte le nostre risorse. Quando, invece, ci convinciamo che le soluzioni potrebbero essere due, tre o anche più di tre, la seconda e la terza risposta che daremo saranno immancabilmente più creative e rilassate.
Dobbiamo puntare su più cavalli, e pensarci bene prima di metterci a scrivere il romanzo della nostra vita basandoci sulla prima idea che ci viene in mente.

Giuliana Salerno


*Eco, Umberto, “Come scrivo”, in Sulla letteratura, Bompiani, gennaio 2002.



 

giovedì 5 aprile 2012

Appunti dal corso – Incontro di sabato 24 marzo – Seconda parte

Preparare il progetto

Nel definire il nostro obiettivo di narrazione, abbiamo fatto un sopralluogo nel futuro, sistemato qualche cosuccia qua e là, riordinato i cassetti e poi siamo risaliti sulla navicella spazio-temporale per risbarcare nel presente.
È qui ed ora, infatti, che disegniamo la mappa e mettiamo a punto il progetto di scrittura.  
Se l’obiettivo (ciò che intendiamo scrivere) è il punto d’arrivo, il progetto è il percorso da compiere per raggiungerlo. Contiene intenti e previsioni. Specifica passi e azioni da compiere. Non è stabilito una volta per tutte: essendo nato da un impulso creativo, può essere riscritto, ridefinito, ripensato. Lievemente modificato o anche sovvertito. Annullato o rinviato, se nuove circostanze lo richiedono.
Finché ce l'abbiamo sul tavolo, il progetto ci aiuta a proseguire. È come il corrimano della passerella che dalla banchina ci porta a bordo: non indispensabile, ma molto rassicurante.
Provate a formulare il vostro progetto di scrittura intorno alle domande che seguono (e che vi saranno rivolte, qui, alla seconda persona singolare). Non dimenticate di mettere nero su bianco altre domande, risposte, ipotesi, idee, mappe., dubbi da sciogliere. A presto.
 
1)    Quali passi/azioni devi compiere per realizzare il tuo progetto (e raggiungere, così, il tuo obiettivo)? Fai un elenco di tutte le fasi che porteranno alla realizzazione dell’obiettivo. Scrivi tutto quello che ti viene in mente, anche in una forma apparentemente confusa. Pensa proprio a ciò che è necessario fare e scrivilo o disegnalo sotto forma di appunti, di disegni, di mappe.  
2)    In quale ordine devi compiere questi passi/azioni? Cosa fare prima e cosa dopo?
3) Qual è la tua destinazione finale? Quali potrebbero essere le tappe intermedie per raggiungerla? A volte un traguardo ci intimorisce perché ci sembra enorme. Scrivere un libro di 350 pagine ci appare come un obiettivo immenso, irraggiungibile. Allora che facciamo? Lo prendiamo e lo tagliamo a fette come un salame. Individuiamo piccoli compiti da portare a termine entro precise (e ragionevoli, e flessibili) scadenze. Ragionevoli e flessibili, ripeto, ma pur sempre scadenze. In questo modo, tutto sembrerà più alla nostra portata.
4)    Quali ostacoli dovrai superare per realizzare il progetto? Ostacoli interiori, esteriori, organizzativi, logistici, di ideazione, di costruzione della trama, di caratterizzazione, di concentrazione. Come puoi risolvere i problemi che si frappongono tra te e il risultato? Ad esempio: lavori in un ufficio otto ore al giorno. Poi ti dedichi alla famiglia. Dove trovare il tempo per scrivere? Quali strategie potresti mettere in atto per recuperare tempo?
5)    Quali capacità ti mancano ancora per realizzare il tuo progetto? Come potresti svilupparle? Ad esempio: hai difficoltà nello scrivere i dialoghi. Oppure, ti sembra di non avere grandi idee, anche se scrivi in un ottimo italiano. O ancora, i tuoi racconti “muoiono” nel finale, dove avviene regolarmente una caduta di ritmo, di suspense, di stile. Quali competenze, se sviluppate, potrebbero avere un forte impatto sul risultato che desideri?
6)    Chi può aiutarti? Cosa può esserti utile? Guardati intorno. Ci sono persone con cui potresti scambiare opinioni su ciò che scrivi? Familiari che potrebbero aiutarti a liberare un’ora al giorno da dedicare alla scrittura? Corsi da frequentare, libri da leggere, siti internet da consultare? Consigli che potresti chiedere agli scrittori che preferisci? (Oggi internet ci consente di comunicare con chiunque desideriamo, o quasi…) Chiedi aiuto, se necessario, e sii pronto anche a ricambiare la disponibilità degli altri.
7)    Cosa devi fare quotidianamente per raggiungere il tuo obiettivo? Compila una lista “in progress” (in continua evoluzione, cioè) di tutte le azioni utili a realizzare il risultato che desideri. Ad esempio, alzarti al mattino mezz’ora prima. Scrivere lo schema di una trama da sviluppare giorno per giorno. Combina e metti in ordine di priorità e di tempo i punti precedenti (soluzioni per superare gli ostacoli, capacità da sviluppare, cooperazione da ottenere etc.) per far scaturire tutte le idee utili alla realizzazione del tuo progetto. Predisponi un piano delle cose da fare il giorno prima, la settimana prima, il mese prima.

ALTRE DOMANDE

Che cosa dovresti iniziare a fare per ottenere ciò che desideri?
Che dovresti smettere di fare?
Che cosa dovresti fare in modo diverso?
Che cosa dovresti continuare a fare?
Quale abitudine quotidiana dovresti acquisire per avvicinarti all’obiettivo?
 
Giuliana Salerno



Appunti dal corso - Incontro di sabato 24 marzo - Prima parte

Partire dalla meta
Molti di voi sono rimasti perplessi all’idea di porsi un obiettivo di narrazione prima di aver scritto alcunché. L’obiezione più frequente: come faccio a sapere cosa avrò scritto tra sei mesi se ancora non l’ho neanche iniziato? Risposta: infatti, non sappiamo cosa scriveremo. E meno male! Che gusto ci sarebbe, altrimenti? Però possiamo, in parte, immaginarlo, tanto per rendere il lavoro più agevole.  
Quando cerchiamo casa, non sappiamo ancora dove andremo ad abitare. Non abbiamo idea di quante finestre avremo, né di chi saranno i nostri vicini, né di quanto disterà il supermercato.
Tuttavia, è possibile stabilire in anticipo alcuni requisiti. Ad esempio, sappiamo di non voler rinunciare a una stanza per gli ospiti e al box auto. Saremmo più contenti se la zona giorno fosse orientata a Sud e se ci fosse almeno un fazzoletto di giardino. Inoltre, sappiamo di dover terminare la nostra ricerca prima della fine dell’anno, quando scadrà il contratto d’affitto dell’appartamento in cui viviamo ora.
In altre parole, possiamo definire e mettere nero su bianco una parte dello scenario verso il quale ci stiamo incamminando, e in tal modo influenzarlo, modificarlo “da lontano” prima che si sia concretizzato (in realtà, ad essere influenzata sarà principalmente la nostra convinzione di raggiungere il traguardo…).
Qualcosa di simile può dirsi di un obiettivo di scrittura. Ammettiamo di aver deciso di scrivere una raccolta di racconti entro un anno; prima, cioè, del 5 aprile 2013.
Scriveremo allora, su un foglio di carta, una data e il numero approssimativo dei racconti; formuleremo delle ipotesi (sempre per iscritto) sul tipo di storie nasceranno e sulla loro lunghezza; faremo una stima del tempo che ogni giorno/settimana/mese potremo dedicare al lavoro da svolgere. Tutto questo, e molto altro, ci aiuterà a percepire il traguardo come verosimile. Non più un mero desiderio, ma una possibilità concreta. Non un vagheggiamento, ma una sensazione più simile alla consapevolezza che domani sorgerà il sole.
Sarà come avvertire la nostra mente che, di qui a poco, dovrà misurarsi con questioni creative e organizzative, e che avendole individuate e messe su carta in anticipo, tali questioni le appariranno più familiari e meno ostiche.
E ora, i legittimi dubbi:
Come faccio a “ingabbiare” la mia immaginazione in un numero determinato di ore di scrittura, di racconti, di “tipi” storie da raccontare e di altri dati prestabiliti a tavolino? Non rischio di soffocare la mia voglia di raccontare e la mia inventiva?
Possibile risposta: non si tratta di “ingabbiare” qualcuno o qualcosa. Si tratta di predisporre un percorso che abbia, sin dall’inizio, una direzione e una destinazione che diverranno, via via, più nette.  
Altre perplessità:
Ma allora, che dov’è lo spirito selvaggio dell’ispirazione? E gli imprevisti, gli sviluppi inaspettati che danno sapore alle storie? E i personaggi che, a un certo punto, sfuggono all’autore e agiscono di testa propria? Che fine fa tutto questo, se ho già fissato in partenza le tappe (organizzative e narrative), la direzione, la destinazione?
Risposte possibili: il percorso segnato al principio non sarà stato mica vergato col sangue! Lo avremo, piuttosto, abbozzato a matita, seppure nel modo più dettagliato di cui saremo stati capaci.
Non, dunque, binari della metropolitana incuneati in tunnel sotterranei, ma uno spazio a più dimensioni dove il nostro desiderio di raccontare possa seguire la rotta oppure distaccarsene.
Il punto non è mettere paletti alla voglia di raccontare. È, al contrario, dotarsi di punti di riferimento che torneranno utili nei periodi in cui l’ispirazione sarà vaga e inconcludente, se non inesistente. È aver stabilito dei passi da compiere e un tracciato da seguire quando l’alternativa sarebbe un foglio ostinatamente bianco per giorni, mesi, anni. È muoversi con la scioltezza di chi ha già in mente un finale (ed è libero, in ogni momento, di cambiarlo).
Nel prossimo post, suggerimenti per preparare un progetto di scrittura.

Giuliana Salerno



venerdì 23 marzo 2012

Esercizio di attenzione, domande

Per i corsisti che ancora non hanno ancora verificato l'esito dell'esercizio di memorizzazione (meglio: di attenzione) che abbiamo svolto in aula sabato scorso, ecco alcune domande da porsi, testo alla mano, quando torneranno in biblioteca.

1. Ho chiamato le cose con un nome impreciso? Ad esempio: ho chiamato “sedia” quella che, in realtà, è una poltrona?
2. Ho impresso nella mente un colore/un materiale/un livello di luminosità che poi è risultato essere un altro?
3. Ho immaginato particolari che nella realtà non ci sono? Quali?
4. Ho omesso cose che danno, in realtà, una forte connotazione all’ambiente?
5. Come potrei spiegare le imprecisioni della mia memoria?
6. Cosa noto nel confronto con il lavoro dei colleghi?
7. Ci sono dettagli che ho saputo registrare più fedelmente di altri? Se sì, come me lo spiego?
8. Come potrei migliorare le mie capacità di osservazione e attenzione?



giovedì 22 marzo 2012

Appunti dal corso - Incontro di sabato 17 marzo - Seconda parte


"Vetri" di Giulio Mozzi
Perfetta incarnazione di esattezza, sensibilità percettiva e spirito di osservazione è il racconto “Vetri” di Giulio Mozzi, che abbiamo letto dalla raccolta Questo è il giardino, pubblicata da Sironi nel 2005. Un racconto composto di parole limpide e levigate, capaci di penetrare l’essenza delle cose proprio perché frutto di un’osservazione attenta e di scelte accurate. In particolare, abbiamo notato come una descrizione di aspetti apparentemente solo materiali della realtà possa trasformarsi nel suo opposto e diventare specchio e consolazione dei sentimenti.

Memorie dalla biblioteca
Sull’onda del lavoro sull’osservazione, sull’attenzione e sull’atteggiamento da tenere verso cose ed esperienze di cui, poi, vorremo scrivere, abbiamo svolto un esercizio di “memorizzazione ambientale” che ci ha portato a verificare come ciascuno di noi:

1) ricordi aspetti diversi di esperienze affini (ad esempio, quella di essere stati nella stessa stanza);

2) crei nella propria mente ricordi falsi o incompiuti;

3) non memorizzi particolari che notano, invece, altre persone;

e, in generale, come ognuno colga della realtà che lo circonda una quantità limitata e imperfetta di caratteristiche; e come la sua attenzione venga colpita da alcuni aspetti e non da altri.

Sogni e obiettivi
I sogni e gli obiettivi sono le due facce di una stessa medaglia: i desideri che ci piacerebbe realizzare. Solo che i sogni hanno forme più indefinite e incerte: si spingono, come nuvole, dove l’aria è più limpida e leggera, mancando, quindi, di basi d’appoggio concrete. Gli obiettivi, al contrario, sono più prossimi alla nostra esperienza “terrena” e da questa traggono gli strumenti per realizzarsi (pur rischiando, talora, di ridursi a una fredda programmazione di passi da compiere).
Fermo restando che ogni classificazione impoverisce e oltremodo semplifica la lettura della realtà, questa distinzione può tornarci utile a iniziare un cammino animati da uno slancio duplice: quello “emotivo” che ci fa muovere verso i nostri sogni e che è indispensabile a chi voglia realizzare grandi cose; e quello più ragionato – ma altrettanto importante – che ci porta a costruire, pezzo dopo pezzo, i nostri obiettivi.
Abbiamo individuato, insieme, alcune possibili caratteristiche di un obiettivo (in particolare, di un obiettivo di scrittura). La guida che segue ci potrà essere d’aiuto nel definire con una certa precisione i risultati che ci stanno a cuore in modo da “fissarli” prima di metterci al lavoro per realizzarli. Il terzo incontro di "Eppur si scrive 2" sarà un'occasione per far dipanare tali caratteristiche in un progetto più “fluido” che si snodi attraverso scelte e azioni da programmare e da compiere.  

È utile, pertanto, che un obiettivo:

  1. sia messo per iscritto e risponda alla domanda: “Che cosa voglio?”.
  2. Ci appartenga profondamente e non sia, in realtà, l’obiettivo di qualcun altro che vogliamo compiacere o impressionare.
  3. Sia realistico e molto specifico. Ad esempio, “scrivere” è molto meno specifico di “scrivere un racconto” ed è ancora meno specifico di “scrivere un racconto sulle guerre puniche” etc.
  4. Sia “misurabile”. Ad esempio, “scrivere dodici racconti di 10-15 pagine ciascuno” contiene indicazioni relative al “quanto” che potranno tornarci utili nell’organizzazione del lavoro.
  5. Sia espresso in positivo. “Scrivere una raccolta di racconti” è un obiettivo formulato in forma positiva: esprime ciò che desideriamo realizzare. “Non tradurre più manuali tecnici” è un obiettivo formulato in forma negativa: esprime (solo) ciò che non vogliamo realizzare.  
  6. Abbia una data di scadenza che sia ragionevole (e ragionevolmente flessibile). Ovvero, non così lontana da dimenticarcene, non così vicina da imporci una pressione di lavoro insostenibile, non così rigida da trasformare gli imprevisti in problemi irrisolvibili.
  7. Sia coerente con le cose che per noi sono importanti (valori, bisogni, armonia interiore, familiare, etc.). Non metta, cioè, a soqquadro un sistema di vita che ci piace e che intendiamo preservare.
  8. Sia espresso come se fosse stato già realizzato. Quindi, non “Scrivere un libro così e cosà entro il 5 aprile 2013”, bensì “Oggi, 6 aprile 2013, ho scritto un libro così e cosà”.
  9. Sia “vissuto in anteprima” immaginando come ci sentiremo fisicamente, emotivamente e moralmente ad obiettivo raggiunto. Questo ci aiuterà a rendere verosimile l’idea di tagliare effettivamente il nostro traguardo.
  10. Comporti fatica ma anche soddisfazione, rinunce ma anche gioie, impegno ma anche divertimento, lavoro individuale ma anche condivisione. 
Non sto enunciando qui principi infallibili. Semplicemente, traccio le prime battute di un percorso - diverso per ciascuno - che attende il vostro contributo.

 A presto,

Giuliana Salerno