Visualizzazione post con etichetta Varie. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Varie. Mostra tutti i post

sabato 19 luglio 2014

Questioni irrisorie

Un girasole che guarda verso di me sta dicendomi che sono la sua stella?
Perché a quasi quarant'anni sento questo bisogno di scrivere, correre, compilare liste, riordinare cassetti?
Quanto tempo occorre per godere di un attimo?
Quante volte potevo respirare tacendo invece di soffocare gridando?
Quante migliaia di volte al giorno i miei bambini chiamano "mamma"?
Quante migliaia di anni non chiameranno più?
Dove stiamo andando?
Quante zanzare si nutriranno oggi di me?
Quante giornate dissiperò ancora?
Che cosa conta oggi?
Chi mi insegna il sistema perfetto?
Quando vado in vacanza da me stessa?
Come farò quando sentirò nostalgia di me?
Quante banalità potevo evitare di scrivere?
Chi viene a fare una passeggiata?
Troverò il reggiseno miracoloso?

martedì 5 febbraio 2013

Tuttavia.

Eppur si scrive” è stato, fino ad oggi, un corso di scrittura narrativa e poetica di base. Se preferite, un corso di scrittura creativa.
Il che significa: ragioniamo insieme su temi come l’ispirazione e il metodo. Incontriamo i personaggi delle storie, guardiamo come sono vestiti, osserviamo come si muovono, cosa fanno, dove vanno, come parlano, come litigano e come fanno l’amore.
Scomponiamo le storie che già sono state scritte. Inizio, sviluppo, finale. Rimontiamole, mescoliamone i pezzi, riscriviamole. Immaginiamo finali differenti. Chiediamoci: e se invece fosse successo questo? E se invece fosse successo quest’altro?
Scegliamo le voci narranti. Immaginiamone il tono, il timbro, la cadenza. Chi racconta la storia? Che effetto farebbe sentirla da qualcun altro? E se i Promessi Sposi li avesse narrati l’Innominato? O Agnese? Quanto sarebbe stato diverso? Tanto, certo. Eccetera eccetera.
E poi, c’è la poesia. Cosa sarebbe il mondo senza la poesia?
Scriveva Valerio Magrelli quasi un anno fa che la poesia “è un contagio gioioso, sotterraneo, ciclicamente pronto a riemergere improvviso.”
E, oggi più che mai: “... la parola poetica suggerisce e può illuminare proprio per la sua brevità. E questa sembra essere diventata la sua forza. La poesia, diceva Zanzotto, ha l’istantaneità del pixel televisivo, dato che il suo movimento si realizza su quel piccolo telaio di sillabe che è il metro. Ecco perché, di sua natura, si rivela portatile, veloce, trasmissibile. Al pari di una staffetta, infatti, i versi passano di mano in mano, di display in display […]”
“Eppur si scrive”… narrativa e poesia, dunque. Fino ad oggi. Versi e racconti, avendo cura di nascondersi bene dietro le storie che stanno dietro a quei versi e a quei racconti. Soprattutto, dietro a quei racconti.
E avendo cura di scrivere bene. Di scrivere pensando che qualcuno leggerà ciò che abbiamo scritto, e che dovremo far divertire, pensare, rilassare, commuovere, intrattenere. Oltre la scrittura puramente introspettiva, dunque. Oltre il diario che da adolescenti riempivamo di ineffabili (e impresentabili) affanni.

Tuttavia.

E sottolineo, tuttavia.

Se “Eppur si scrive” fosse anche “Scrivere per stare meglio”? Scrivere per guarire. Scrivere per chiarirsi le idee. Scrivere per fronteggiare il dolore. Scrivere per curare le ferite. Scrivere per allenare i muscoli. Scrivere per sollevare lo sguardo. Scrivere per ritrovare la felicità.
 
Questi benefici li osservo su di me già quando scrivo racconti. Mi sento meglio, dopo. E anche durante. Però sono effetti collaterali, non cercati, non voluti, seppure graditi.
Forse si potrebbe lavorare in modo più focalizzato, in un corso che potrebbe chiamarsi, sulla scia del lavoro dell'autrice Louise DeSalvo (edita, in Italia, da Dino Audino Editore),
 
"Scrivere per stare meglio".
 
Vi piacerebbe?

 

Giuliana Salerno


lunedì 27 febbraio 2012

Assaggio (utopistico) del corso

"Vedere il mondo in un granello di sabbia,
e il paradiso in un fiore selvatico,
tenere l'infinito in palmo di mano
e l'eternità in un'ora."


"To see a world in a grain of sand,
And a heaven in a wild flower,
Hold infinity in the palm of your hand,
And eternity in an hour."

William Blake, The Norton Anthology of Poetry, W.W. Norton, New York, 1970



... Ne parleremo!
Arrivederci al 10 marzo.

Giuliana Salerno



William Blake in un ritratto di Thomas Phillips (1807)

mercoledì 1 febbraio 2012

Il suono delle parole


“Non scrivere qualcosa che non puoi anche pronunciare.”
 (Luisa Carrada)

Ciò che leggiamo influenza ciò che pensiamo. Non necessariamente nel senso di modificare ciò che crediamo essere vero o falso, giusto o sbagliato, adeguato o inadeguato. Non nel senso, cioè, di cambiare le nostre convinzioni. Ma nel senso di mettere in moto un ragionamento, di richiamare alla coscienza immagini, suoni, ricordi. La lettura attiva il nostro pensiero, lo sollecita.
Leggere ad alta voce ha effetti ulteriori sul nostro pensiero e sulla nostra percezione. Per leggere ad alta voce dobbiamo prima scattare un’istantanea del testo e poi tradurre quel colpo d’occhio in parole che abbiano anche un’intonazione e una cadenza appropriate.
Ecco, allora, che il testo scritto diventa parlato, la parola letta e pensata si fa suono. La sollecitazione percorre vie più complesse: vedere, riconoscere, leggere, parlare, ascoltarsi. Immagini e suoni si incontrano e si intrecciano, fino a creare nuovi significati e a orientare il pensiero. Ad attivarlo in modi nuovi e diversi, a far “suonare” campanelli interiori che altrimenti sarebbero, forse, rimasti in silenzio.
Perché le parole risuonano, vibrano, respirano: proprio come noi, quando le pronunciamo. Sono una partitura fatta di note più o meno alte, di colori, di pause, di ritmi, di toni.
Quando scriviamo, poi, altri prodigi avvengono. Le parole non si originano da un testo esterno a noi stessi, ma dalla nostra mente, dal nostro cuore, dalle nostre viscere. Più prosaicamente, dalle aree del cervello deputate al linguaggio.
Le parole che scriviamo, quelle sì, che hanno il potere di trasformare stato d’animo e convinzioni. Calano sul foglio come carte dal mazzo, alleviando il nostro fardello di pensieri.
A volte percorrono strade già battute e indossano suoni già visti e già sentiti.
Altre volte, imprevedibilmente, si aprono un passaggio nella boscaglia più fitta e creano un solco in cui il pensiero inizia a scorrere, a trasformarsi, a chiarirsi. E a comporre una melodia inedita. Ci alziamo e siamo un po’ cambiati. Sempre gli stessi, ma diversi. Domani rileggeremo ciò che abbiamo scritto e ci farà un effetto ancora nuovo. Soprattutto se lo rileggeremo ad alta voce.
Luis Sepúlveda, autore cileno, rilegge ogni suo romanzo a voce alta. Lo registra e poi lo riascolta, correggendo anche in base a questo esame “auditivo”.

Se lo fa Sepúlveda…

Giuliana Salerno
 

[…] e rido con te sulla ruota
deforme dell’ombra, mi allungo
disfatto di me sulle ossute radici
che sporgono e pungo

con fili di paglia il tuo viso…

Eugenio Montale

(da La bufera e altro – “Nel parco”)






lunedì 9 gennaio 2012

Vivere bene

Caro lettore affaccendato di questo blog (solo) momentaneamente sonnecchiante,

per quest’anno ti auguro semplicemente di vivere bene. Qualsiasi cosa questo significhi per te. Se ne hai voglia, aiutami a compilare questa lista.
 
  • Se vivere bene per te significa stare in compagnia, evita di logorarti nella solitudine. Se invece è di solitudine che hai bisogno, non temerla. Cercala e goditela.
  • Se vivere bene significa dipingere, metti mano alle tue matite.
  • Se vivere bene significa chiarirti con qualcuno dopo ere geologiche di incomprensione e silenzi, prendi il telefono e fai quel benedetto numero.
  • Se vivere bene significa vedere un amico in una piazza diversa da facebook, prendi un appuntamento e incontralo.
  • Se vivere bene significa trovare un posto per scrivere, cercalo. E, mentre lo cerchi, scrivi.
  • Se vivere bene per te significa…
A presto

Giuliana

    "Do what you love": Immagine di Andy Jay Miller prelevata da… qui.




martedì 8 novembre 2011

Il ginnasio di Camilleri

“Succedeva in queste occasioni che Giuliana, che aveva un altro vocabolario, mi chiedesse il mio per fare raffronti. Poi me lo restituiva. All’inizio del terzo trimestre, durante le ripetizioni del pomeriggio in Collegio, il tutore mi chiese in prestito il vocabolario di latino. Io glielo diedi. Dopo una diecina di minuti, uno schiaffone tanto violento quanto inatteso mi fece cadere dalla sedia. Il tutore mi sovrastava, rosso in faccia: “Mascalzone! Farabutto! […]”.

Dall’articolo “Lo sputo di Empedocle”, di Andrea Camilleri, inserto del Sole 24 Ore di domenica 6 novembre 2011 (qui)


Per me è ormai impossibile leggere un brano di Andrea Camilleri senza sentire anche la sua voce. A leggere sono io, ma a raccontarmi la storia è lui, con l’incedere lento e fitto della sua cadenza agrigentina.
Il brano che ho citato “esplode” come un miniracconto nel racconto più lungo.
La punizione arriva perché l’allievo ha barato o copiato, pensi.
Invece no…
Sembra un ricordo improvviso, che doveva rimanere nelle dita dello scrittore e che è sfuggito per sbaglio. È una stanza della memoria che s’illumina, una traccia audio trascritta sovrappensiero.
Romantica e inaspettata, (involontaria?), ecco com’è questa storia nella storia. Come le cose più belle.


Giuliana Salerno