martedì 26 marzo 2013

Israele calling

Non ho letto nulla di Abraham B.Yeoshua, ma ho qui tutti i suoi racconti. Il che non significa molto: sono nelle mie mani, rilegati in uno spesso volume dell'Einaudi, ma da loro non mi separa solo il gesto di iniziare a leggere. Tra me e questo libro ci sono ore e ore che avrei già destinato a figli, lavoro, progetti. Ad altre letture.
Però... continuo a riprenderli in mano e a sfogliarli.
Questi racconti hanno percorso una lunga strada per arrivare qui, sul mio tavolo. Durante il loro viaggio si sono trasformati, hanno cambiato lingua, aspetto, colore, temperatura, ambiente. Ad Haifa, dove sono stati composti in gran parte, ci sono oggi circa 24 gradi e, probabilmente, umori molto diversi dai nostri. Forse, in questo momento, il loro autore è in università. Magari sta tenendo una lezione o sta dialogando con Camus, Beckett, Kafka, i cui echi, leggo nel risvolto di copertina, risuonano nelle sue storie.
Leggo anche che "Tre giorni e un bambino" e "Il poeta continua a tacere" sono considerati i capolavori di questo scrittore israeliano. Io sono attratta dall'incipit di "Le nozze di Galia":

"Capitò silenziosamente, mi colse impreparato. Non feci in tempo a capire cosa e come, e già ero in ginocchio. Mi dibattei convulsamente, ma era tardi. Il mio cuore pianse nelle vene scosse. Tutto era perduto. L'annuncio sul giornale era piccolo: GALIA E DANI SI SPOSANO. UN AUTOBUS PARTIRA' DALLA STAZIONE CENTRALE, ALLE TRE DEL POMERIGGIO, DIRETTO A SUD, AL KIBBUTZ DI SDOT OR".
Erano quelle lettere a rendere il fatto doloroso, non gli occhi profondi di Galia. Le lettere, agglutinate in modo definitivo, decretavano il male, e la pagina bianca del giornale trasmetteva incessantemente una verità infinita."


Yehoshua, Abraham B., Tutti i racconti, Einaudi, 1999.

 

giovedì 21 marzo 2013

Piaceri in corso

Una persona cara mi ha scritto di aver provato un po' di tristezza nel trovare il blog apparentemente semiabbandonato. E' che negli ultimi due mesi ho stabilito di ripartire dai fondamentali: lettura e scrittura. Ho rastrellato la casa in cerca di libri chiusi da tempo, acquistati sull'onda dell'entusiasmo o ricevuti in regalo e solo assaggiati, mai letti. Ne ho elencato i titoli e ho deciso di non comprarne altri finché non ho finito quelli che ho disponibili. Ad esempio, da anni mi ricompare davanti Il giocatore di Dostoevskj. Possibile che ancora non lo abbia ancora letto? E Le novelle per un anno di Pirandello: alzi la mano chi le ha lette tutte. Io no! E allora: ogni giorno, una novella di Pirandello. E' la regola. Certo, come tutte le regole, anche questa può essere disattesa in casi di forza maggiore. Ad esempio, se mi entra in casa il Graham Greene di Fine di una storia, come è accaduto ieri, il "risucchio" diventa inevitabile, e allora la deroga è ammessa. Stessa cosa, se mi imbatto nell'ultimo libro di Gianluca Nicoletti, di cui potete scaricare qui il primo capitolo http://www.librimondadori.it/libri/una-notte-ho-sognato-che-parlavi, e che è collegato a un interessantissimo, visionario progetto (v. anche: http://www.miofiglioautistico.it/).
Questa rinnovata immersione nelle storie degli altri ha riacceso in me il desiderio di scrivere le mie storielle. Ricordate la proposta dello sceneggiatore Fabio Bonifacci, di scrivere sette abbozzi di trama, e poi di scegliere quello su cui lavorare? Ecco, è ciò che sto facendo. Abbozzi di trama (uno al giorno, anche lì con deroga in casi eccezionali), e prove di scrittura a partire da uno spunto qualsiasi. Senza aver fretta di chiudere, gustandomi il percorso e facendomi accompagnare dai veri narratori. Evitando, per il momento, saggi e manuali di scrittura di cui ho fatto indigestione negli ultimi anni. Ritornando alle origini e al benessere che solo una storia scritta riesce a infondere.
Qualcuno ha letto Irving? Se sì, mi date un parere? Nella rubrica "Libri" di Sette, il settimanale del Corriere della Sera (che consiglio di tenere d'occhio), Antonio D'Orrico lo cita spesso. Tra l'altro la rubrica rientra nella categoria "Piaceri". Non posso che sottoscrivere...
Buona primavera a tutti!
Giuliana Salerno

P.S. Dedico questo post al mio amico scrittore Marino Polgati, di cuore :-)




martedì 5 febbraio 2013

Tuttavia.

Eppur si scrive” è stato, fino ad oggi, un corso di scrittura narrativa e poetica di base. Se preferite, un corso di scrittura creativa.
Il che significa: ragioniamo insieme su temi come l’ispirazione e il metodo. Incontriamo i personaggi delle storie, guardiamo come sono vestiti, osserviamo come si muovono, cosa fanno, dove vanno, come parlano, come litigano e come fanno l’amore.
Scomponiamo le storie che già sono state scritte. Inizio, sviluppo, finale. Rimontiamole, mescoliamone i pezzi, riscriviamole. Immaginiamo finali differenti. Chiediamoci: e se invece fosse successo questo? E se invece fosse successo quest’altro?
Scegliamo le voci narranti. Immaginiamone il tono, il timbro, la cadenza. Chi racconta la storia? Che effetto farebbe sentirla da qualcun altro? E se i Promessi Sposi li avesse narrati l’Innominato? O Agnese? Quanto sarebbe stato diverso? Tanto, certo. Eccetera eccetera.
E poi, c’è la poesia. Cosa sarebbe il mondo senza la poesia?
Scriveva Valerio Magrelli quasi un anno fa che la poesia “è un contagio gioioso, sotterraneo, ciclicamente pronto a riemergere improvviso.”
E, oggi più che mai: “... la parola poetica suggerisce e può illuminare proprio per la sua brevità. E questa sembra essere diventata la sua forza. La poesia, diceva Zanzotto, ha l’istantaneità del pixel televisivo, dato che il suo movimento si realizza su quel piccolo telaio di sillabe che è il metro. Ecco perché, di sua natura, si rivela portatile, veloce, trasmissibile. Al pari di una staffetta, infatti, i versi passano di mano in mano, di display in display […]”
“Eppur si scrive”… narrativa e poesia, dunque. Fino ad oggi. Versi e racconti, avendo cura di nascondersi bene dietro le storie che stanno dietro a quei versi e a quei racconti. Soprattutto, dietro a quei racconti.
E avendo cura di scrivere bene. Di scrivere pensando che qualcuno leggerà ciò che abbiamo scritto, e che dovremo far divertire, pensare, rilassare, commuovere, intrattenere. Oltre la scrittura puramente introspettiva, dunque. Oltre il diario che da adolescenti riempivamo di ineffabili (e impresentabili) affanni.

Tuttavia.

E sottolineo, tuttavia.

Se “Eppur si scrive” fosse anche “Scrivere per stare meglio”? Scrivere per guarire. Scrivere per chiarirsi le idee. Scrivere per fronteggiare il dolore. Scrivere per curare le ferite. Scrivere per allenare i muscoli. Scrivere per sollevare lo sguardo. Scrivere per ritrovare la felicità.
 
Questi benefici li osservo su di me già quando scrivo racconti. Mi sento meglio, dopo. E anche durante. Però sono effetti collaterali, non cercati, non voluti, seppure graditi.
Forse si potrebbe lavorare in modo più focalizzato, in un corso che potrebbe chiamarsi, sulla scia del lavoro dell'autrice Louise DeSalvo (edita, in Italia, da Dino Audino Editore),
 
"Scrivere per stare meglio".
 
Vi piacerebbe?

 

Giuliana Salerno


mercoledì 30 gennaio 2013

Semplicemente vivendo - Racconto di Marco Conti


Michele è un ragazzino come tanti. Ha in testa mille idee, mille sogni, mille desideri. Michele è un ragazzino allegro e spensierato. La sua è una famiglia molto unita, in cui i valori hanno ancora un posto importante. La sera ci si siede tutti a tavola, si parla e si scherza; è un momento piacevole in cui tutti si possono raccontare. Mamma e papà ascoltano e ridono delle disavventure che Michele e Simona raccontano, arricchendole di dettagli inventati, giusto perché vederli ridere fa bene, dà un senso di sicurezza impagabile. Per alcuni istanti i problemi e le difficoltà svaniscono nel nulla. Eppure, la famiglia di Michele conosce bene le difficoltà; è una famiglia speciale, ma lui la guarda con gli occhi di un ragazzino per il quale quelle stesse difficoltà, sono la normalità, perché non ha provato altro. E’ normale per lui vedere papà Franco prepararsi la mattina per andare a lavorare indossando sotto gli indumenti quelle grosse cinture di cuoio, che sorreggono la gamba artificiale con cui convive da ormai vent’anni. E’ normale che sia la mamma ad accompagnarlo a scuola a piedi e che sia sempre lei a seguirlo nelle gite, al corso di nuoto, alle feste dei compagni di classe.
Sono gli anni ottanta e per chi è portatore di handicap la vita è dura. Ci sono pregiudizi e barriere architettoniche difficili da superare. Franco è un uomo tenace, non si arrende facilmente. Ogni giorno guarda la vita dritta negli occhi e la sfida. Non sempre vince, ma non si arrende mai, neanche quando tutto sembra essere contro di lui. In casa l’aria non è triste, Franco scherza spesso perfino sul suo handicap, dimenticando incredibilmente la sofferenza patita e le ambizioni e i sogni sfumati a soli ventisei anni. Michele sa per certo che papà Franco non gli farà mai mancare il suo appoggio. I suoi figli sono ciò che di meglio la vita gli abbia dato. Mamma Rita è la colonna portante della famiglia. Il suo carattere forte le permette di accollarsi, oltre ai suoi doveri di mamma, anche tutto ciò che nelle famiglie “normali” spetta al papà. Franco sa che deve molto a Rita e non manca mai di sottolinearlo. Michele frequenta la quarta elementare, ama giocare a pallone in cortile. Franco lo guarda dal balcone con un’aria buona e sembra quasi dispiaciuto nel vedere che suo figlio non diventerà mai un campione. Michele esce spesso da scuola con il suo migliore amico Mattia. Dopo aver percorso un tratto di strada insieme, Mattia lo saluta e sale in macchina con il padre, mentre Michele vedendo quella macchina allontanarsi,  pensa che forse un giorno anche suo padre riuscirà ad accompagnarlo a casa.
I lunghi e nebbiosi inverni del nord, nascondono le difficoltà di Franco. Le settimane scorrono scandite dai soliti gesti, dalle abitudini che si ripetono innumerevoli: il lavoro fino alle 17.30 seduto al banco di un'officina meccanica, poi il ritorno a casa e la serata davanti alla Tv. L'attesa della domenica da passare in famiglia; il profumo della torta e delle lasagne di mamma Rita, la Messa celebrata dal Papa da far vedere alla nonna che non ha la Tv. Michele aspetta la partita di pallone da seguire con Franco con l'immancabile radio a transistor e la schedina sul tavolo. Per certi versi tutto sembra  semplice. Papà Franco adora i suoi figli e nasconde spesso la sua sofferenza dietro sorrisi amari. La malattia di cui soffre da anni, non si è ancora arresa a lui, che ci convive in modo discreto, avendo cura che per i suoi figli, non sia un fardello troppo pesante da portare. Scherza spesso con loro e con mamma Rita. Per certi versi è lui che fa forza agli altri, anche a quelli che non hanno problemi o che si arrendono alla minima difficoltà. Michele ama restare seduto sul divano ad ascoltare papà che racconta i soliti aneddoti divertenti a chiunque lo venga a trovare. Suo padre è molto amato dalla gente che lo conosce.
È l'anima del gruppo degli amici di sempre. Sono gli amici di una vita e Franco lo sottolinea spesso, quasi come fosse un monito per il futuro dei suoi figli. Michele guarda mamma e papà ridere ed il peggio sembra alle spalle, sembra che papà Franco finalmente stia bene, ma sono solo istanti, che lasciano subito il posto alle difficoltà di sempre.
Oggi nevica, Michele gioca nel cortile della scuola dove ogni cosa perde la sua dimensione reale. Persino i rumori ed il vociare dei ragazzini, vengono svuotati della loro naturale consistenza. In questo scenario ovattato e candido, Michele rincorre i compagni di classe nella neve che arriva ormai al ginocchio e che non sembra voler smettere di cadere.
Guardando verso l'alto, ha l'impressione che i fiocchi arrivino tutti da un unico punto lontanissimo. E' infinito quello spazio che lo sovrasta, all'interno del quale si sente un puntino piccolo piccolo. Apre la bocca lasciando che la neve si sciolga sulla lingua ed allargando le braccia si lascia cadere. A Michele, come a tutti i suoi compagni, piace giocare nella neve, ma Michele sa che per suo padre oggi è una giornata più difficile delle altre, sa che avrà grosse difficoltà di equilibrio con la sua gamba artificiale, sa che la sera dovrà aspettarlo davanti al cancello per accompagnarlo in casa.
Un senso di ansia e di inquietudine si fa largo, ma subito viene ridimensionata dalla leggerezza dei suoi anni che lo porta a pensare che dopo tutto, è già successo in passato e che tutto andrà bene anche questa volta. Si rialza e torna a correre con i compagni, al resto penserà più tardi.
Il ruvido e lungo inverno, lascia silenziosamente il posto alla primavera. Michele, seduto in terra con le gambe incrociate, respira a pieni polmoni godendosi la pace di quel momento. E’ bello stare fino a tardi sotto il portico prospiciente la casa dei nonni, dove le prime rondini fanno capolino, alla ricerca di un posto sicuro per i loro piccoli. Ha da poco smesso di piovere, Michele guarda il cielo cercando l'arcobaleno che non tarda ad arrivare. Si alza e calcia il pallone. Papà Franco, seduto sotto il porticato, grida - Dai Miky corri, tira quella palla! - Michele lo guarda e sente la carne tremagli addosso tanta è  la voglia di urlare e di correre verso quel pallone. Suo padre è lì che lo guarda, Michele si gira continuamente verso di lui, lo vorrebbe vedere correre al suo fianco per arrivare per primo. Correndo verso il muro di cinta del grande prato, calcia il pallone con tutta la forza che gli è rimasta. Purtroppo la palla schizza come impazzita oltre il muro, creando in Michele un'angoscia che subito viene spazzata via dall'urlo di incoraggiamento ormai lontano,ma ancora perfettamente udibile, di papà Franco. Ora che è arrivato fino infondo al prato, ora che la stanchezza lo ha piegato in due, Michele si gira verso Franco con le mani appoggiate alle ginocchia e lo guarda da sopra gli occhiali, quasi a voler chiedere un altro incoraggiamento. Franco sorride e applaude, ma Michele lo vorrebbe lì al suo fianco ed allora con tutto il fiato che gli è rimasto, corre verso il porticato, gettandosi fra le sue braccia.
- Che succede Miky? Ti ho visto, sai? Era come se fossi al tuo fianco quando hai tirato e devo dire che hai calciato davvero bene, bravo! - Quelle parole arrivate al momento giusto, squarciano il cielo denso di nubi dell’anima ferita di Michele. Franco lo abbraccia e accarezza i suoi capelli, mentre Michele lo stringe forte pensando che suo padre ha ragione, che per un attimo lo ha davvero visto al suo fianco, correre più di lui.   
Michele ama la primavera, i suoi colori, i suoi profumi. Maggio è uno dei suoi mesi preferiti. Aspetta con ansia la gita annuale che la compagnia di amici di Franco, puntualmente, organizzata con i soldi avanzati o vinti con la schedina. E’ una giornata stupenda, una giornata da trascorrere tutti insieme. Sul pullman, Michele, si siede di fianco a Franco, mentre dietro ci sono mamma Rita e Simona. Gli amici di Franco sono uno spasso, c’è chi canta, chi racconta barzellette e naturalmente anche qualcuno che dorme.     
E' una giornata dal valore unico e Michele se la vuol godere a  pieno. Guarda Franco Rita e Simona da dietro i suoi occhiali da sole e tutto sembra migliore. Con il sole in faccia ed il paesaggio che scappa via veloce risucchiato dalla corsa del pullman, appoggia la testa allo schienale e si lascia cullare dal suo irregolare movimento. Il viaggio non è mai lungo, si va al lago, in montagna, o comunque verso mete vicine in modo che tutta la compagnia possa partecipare senza problemi. La giornata vola via fra risate, musica e l'immancabile visita al museo locale.  Sulla strada del ritorno, il lento morire del sole, racconta di una giornata che è ormai solo da ricordare per sempre; racconta di amicizie vere, di affetti, di speranze e di fotografie che sbiadiranno, ma che custodiranno per sempre quegli istanti, proteggendoli dallo scorrere inesorabile del tempo. Michele guarda Franco dormire serenamente  accanto a sé e sogna ad occhi aperti. Sogna il mare, la spiaggia e suo padre che gli corre incontro con il vento fra i capelli. In lontananza scorge mamma Rita e Simona che preparano i panini da mangiare sotto l'ombrellone tutti insieme. Michele racconta di quanto abbia corso veloce papà Franco e di quanto sia stato bravo a calciare quel pallone..... è bello sognare perché tutto è possibile; anche Franco può correre, anche Franco può passare una giornata con la sua famiglia in riva al mare respirando il profumo della salsedine ed ascoltando il rumore del vento e delle onde. Michele sorride, si appoggia alla spalla di Franco e si addormenta.
Un giorno non molto lontano da quei momenti sereni, Franco in punta di piedi, senza disturbare ne' angosciare nessuno, esce per sempre di scena. In quel letto d'ospedale, dove il suo cuore stanco ha deciso che per lui il tempo su questa terra fosse finito, dove non c'e' stato nemmeno il tempo per dirsi addio, Franco stringe per l'ultima volta la mano di Rita. Mentre fuori la frenesia della vita sembra fermarsi per alcuni istanti, mentre tutto sembra irreale e banale, Michele abbraccia per l'ultima volta suo padre.
Oggi che anche Michele è padre, guardandosi indietro capisce di essere una persona fortunata. Oggi che corre con suo figlio sulla spiaggia, oggi che sente forte quel vento fra i capelli, capisce che suo padre gli ha lasciato qualcosa di immenso che sente esplodere dentro; capisce che suo padre gli ha insegnato tante cose senza troppi discorsi, senza frasi fatte o banali luoghi comuni, ma semplicemente vivendo. Ora davvero capisce il valore dei suoi gesti, del suo coraggio e correndo dietro a quel pallone, lo calcia con forza senza paura di deludere nessuno. Suo figlio è lì che aspetta solo di esser alzato al cielo in un abbraccio. Mentre il sole rosso che si tuffa nell'immensità del mare e la spiaggia che si riempie delle loro impronte vicine, fanno da cornice a quel momento, Michele guarda sereno verso il futuro.

L'AUTORE
Marco Conti è nato a Romano di Lombardia nel 1973. Tra le sue passioni ci sono la scrittura e il... Toro, sbaragliate tre anni e mezzo fa dall'arrivo del piccolo Luca.
 
 


mercoledì 16 gennaio 2013

Prosopopea

Che poi, se mi chiedessero la definizione esatta di "prosopopea", io non saprei mica darla, così, su due piedi.
Perché di preciso, ma proprio di preciso, io non lo so cos'è una prosopopea. Se mi chiedessero un esempio di prosopopea nella letteratura - presupponendo che ne esistano, di prosopopee, in letteratura, e che prosopopea non sia il nome di una variante rosata e curiosamente vaporosa di lana merinos - ce l'avrei, così, d'emblée?
E dopo il primo esempio, ne saprei fare un secondo e un terzo, a memoria e senza googolare o wikipediare?

No.


Congedo del viaggiatore cerimonioso

Per quando vien voglia di tirar giù la valigia. Poi leggi una poesia come questa e non scenderesti più dal treno. Per leggerne ancora. Grazie a Giulio Mozzi, che da Vibrisse mi ricorda sempre cose opportune.

Giuliana Salerno

***

Congedo del viaggiatore cerimonioso

Amici, credo che sia
meglio per me cominciare
a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l?ora
d'arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m'è giunto all'orecchio
di questi luoghi, ch'io
vi dovrò presto lasciare.

Vogliatemi perdonare
quel po' di disturbo che reco.
Con voi sono stato lieto
dalla partenza, e molto
vi sono grato, credetemi,
per l'ottima compagnia.

Ancora vorrei conversare
a lungo con voi. Ma sia.
Il luogo del trasferimento
lo ignoro. Sento
però che vi dovrò ricordare
spesso, nella nuova sede,
mentre il mio occhio già vede
dal finestrino, oltre il fumo
umido del nebbione
che ci avvolge, rosso
il disco della mia stazione.

Chiedo congedo a voi
senza potervi nascondere,
lieve, una costernazione.
Era così bello parlare
insieme, seduti di fronte:
così bello confondere
i volti (fumare,
scambiandoci le sigarette),
e tutto quel raccontare
di noi (quell'inventare
facile, nel dire agli altri),
fino a poter confessare
quanto, anche messi alle strette,
mai avremmo osato un istante
(per sbaglio) confidare.

(Scusate. è una valigia pesante
anche se non contiene gran che:
tanto ch'io mi domando perchè
l'ho recata, e quale
aiuto mi potrà dare
poi, quando l'avrò con me.
Ma pur la debbo portare,
non fosse che per seguire l'uso.
Lasciatemi, vi prego, passare.
Ecco. Ora ch'essa è
nel corridoio, mi sento
più sciolto. Vogliate scusare).

Dicevo, ch'era bello stare
insieme. Chiacchierare.
Abbiamo avuto qualche
diverbio, è naturale.
Ci siamo - ed è normale
anche questo - odiati
su più d'un punto, e frenati
soltanto per cortesia.
Ma, cos'importa. Sia
come sia, torno
a dirvi, e di cuore, grazie
per l'ottima compagnia.

Congedo a lei, dottore,
e alla sua faconda dottrina.
Congedo a te, ragazzina
smilza, e al tuo lieve afrore
di ricreatorio e di prato
sul volto, la cui tinta
mite è sì lieve spinta.
Congedo, o militare
(o marinaio! In terra
come in cielo ed in mare)
alla pace e alla guerra.
Ed anche a lei, sacerdote,
congedo, che m'ha chiesto s'io
(scherzava!) ho avuto in dote
di credere al vero Dio.

Congedo alla sapienza
e congedo all'amore.
Congedo anche alla religione.
Ormai sono a destinazione.

Ora che più forte sento
stridere il freno, vi lascio
davvero, amici. Addio.
Di questo, sono certo: io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.
Scendo. Buon proseguimento.

Giorgio Caproni
(Congedo del viaggiatore cerimonioso & altre prosopopee, Garzanti, 1965)






... e decisi di andare a fare due passi.

Dall'archivio delle prove di scrittura. Per chi ha voglia di immaginare il seguito

Un giorno, mentre preparavo il materiale per un corso, ebbi un’illuminazione. Stavo leggendo una teoria scientifica e la stavo integrando col principio enunciato da un giovane ricercatore di un’università americana. In altre parole, stavo collegando due concetti, pensando che fossero la stessa cosa detta in due modi diversi. Ero contento di aver trovato due spiegazioni della stessa cosa, pensando che mi sarebbero state utili con i miei allievi. Poi, però, ebbi, per l’appunto, un’illuminazione. Lessi con più attenzione la prima teoria e mi resi conto che non l’avevo capita fino in fondo. Essa conteneva ben più di un principio teorico, essa conteneva un metodo.
La confrontai con la seconda – quella che credevo la ribadisse e la confermasse – e mi accorsi che i due principi si riferivano ad argomenti diversi, che io avevo erroneamente sovrapposto e confuso. Inizialmente rimasi sorpreso dalla evidenza con cui, dopo quel momento rivelatore, le due cose mi apparivano distinte. Poi mi sentii irritato per la faciloneria con cui ero stato sul punto di trarre in inganno, seppur involontariamente, i miei studenti. Archiviai il documento della lezione e decisi di andare a fare due passi.

[...]


lunedì 14 gennaio 2013

“Eppur si scrive” 2013 - Corso di scrittura narrativa e poetica

Anche quest’anno la Sala Lodi della Biblioteca Civica di Treviglio si animerà per dieci settimane con appuntamenti dedicati a prove di scrittura narrativa e poetica.
Il 9 febbraio 2013 riapre i battenti “Eppur si scrive”, il corso di scrittura creativa patrocinato dall’Assessorato alla Cultura di Treviglio (www.comune.treviglio.bg.it) e, per il primo anno, dall’Associazione culturale “Clementina Borghi” (www.clementinaborghi.it).
“Eppur si scrive” è un corso, un laboratorio, un blog (http://eppursiscrive.blogspot.com) ma è, soprattutto, un incontro di passioni e intenzioni che hanno al centro le parole.
Parole da cercare, da leggere, da scrivere e, quest’anno, anche da trasformare in immagini: una o più lezioni saranno, infatti, dedicate alla scrittura cinematografica.
Il corso si articolerà in dieci incontri settimanali tra le 15.00 e le 17.00 a cominciare, per l’appunto, da sabato 9 febbraio.
Gli incontri sulla scrittura narrativa si alterneranno a quelli sulla scrittura poetica. Letture di brani d’autore ed esercitazioni di scrittura saranno previste a casa e durante le lezioni. I partecipanti potranno ricevere suggerimenti vòlti al miglioramento dei contenuti, della tecnica di narrazione, del lessico e della sintassi dei loro lavori.
Le esercitazioni non saranno obbligatorie, ma caldamente consigliate a chi abbia il desiderio di fare del corso un… percorso di miglioramento della propria esperienza di scrittura.   
Tra gli argomenti proposti:

Scrittura narrativa (a cura di Giuliana Salerno, con un intervento della giornalista Daniela Invernizzi):

  • L’idea narrativa e il processo creativo.
  • La costruzione di una trama. Inizio, sviluppo, finale.
  • Chi racconterà la storia? Il punto di vista.
  • I protagonisti delle storie: costruire personaggi credibili.
  • Il testo è come un giardino: la revisione.
  • Dalla notizia al racconto: quando la cronaca ispira una storia. Differenze tra la scrittura giornalistica e la scrittura narrativa. (A cura di D. Invernizzi).
Scrittura poetica (a cura di Giuseppina D’Agostino)

  • La poesia, sintesi della nostra esperienza del mondo.
  • Il presente e la memoria nel testo poetico. Strategie metriche, retoriche e stilistiche.
  • Il linguaggio, la punteggiatura, il ritmo del testo poetico. La metrica complessa della poesia contemporanea.
“Scrivere per immagini”: il cinema (a cura di Giuseppina D’Agostino)

  • Scoprire il racconto nascosto nelle immagini; punteggiatura, anticipazioni, tempi narrativi, intrecci paralleli della macchina da presa.
  • Raccontare alla rovescia, ovvero il rovesciamento delle regole della narrazione: da Dostojevski a Woody Allen.
  • Analisi del film Match Point di W. Allen.  

Le docenti del Corso

Giuliana Salerno, redattrice editoriale, blogger e mamma di Dario e Bruno (non sempre in quest'ordine). Ha ereditato l'inquietudine delle natie terre vesuviane e studia bergamasco con scarso profitto e con la speranza di integrarsi, un giorno, nelle comunità che lo parlano.
Giuseppina D’Agostino, giornalista e docente. Ha lavorato presso l’Università di Genova alla cattedra di Storia e critica del film e, con un master in Comunicazione, si è dedicata al giornalismo lavorando per importanti testate nazionali. Le piace giocare con i versi e con le storie, perché alla fine, scrivere è un gioco con molto divertimento e qualche regola...

Daniela Invernizzi, speaker radiofonica e giornalista professionista, nasce cianotica a Bergamo il 22 gennaio 1966.
Sopravvive, e prosegue felice la sua vita a Treviglio con mamma, papà e due fratelli.
Sopravvive anche al liceo classico, insiste con l’università, nella speranza di fare giornalismo serio.
Ma arriva per caso alla radio, si diverte troppo, ci resta. Scrive per professione e per piacere.

Il costo di partecipazione al corso è di 120,00 Euro.

Per informazioni:

tel.: 349 55 99 101


Per iscriversi:

tel.: 0363 317 502/503
e-mail ufficio.cultura@comune.bg.it

domenica 13 gennaio 2013

Un Natale - Racconto


L’ho amata.
Follemente, perdutamente, disperatamente.
Forse qualche volta anche lei mi ha amato.
È probabile che io l’ami ancora, altrimenti perché svegliarmi di notte e, pur sapendolo impossibile, sentire il leggero profumo del suo corpo nell’aria, dopo avere sognato, baciato, assaporato ogni centimetro della sua pelle, dopo averla guardata a lungo negli occhi mentre eravamo nudi abbracciati, dopo avere toccato il cielo ed essere andato oltre.
Solo sogni, eppure così veri, intensi, pieni di dolcezza, sentimento e passione.
Mi alzo a farmi un caffè e una doccia.
È Natale e il tavolo in sala è ingombro di regali. Devo preparare la faraona ripiena, è la prima volta che la faccio ma credo verrà abbastanza bene. In genere mi viene bene tutto quello che faccio per la prima volta, la seconda invece è deludente.
È da un po’ che sono ai fornelli, suonano alla porta. Mio figlio con la sua specialissima donna, simpatica, divertente, acuta e bella. Svegliamo mia figlia, risveglio lento da bradipo, prima un dito, poi l’altro, poi la testa che si gira e le labbra che si muovono nel tentativo di spiccicare un “Ciao, Buon Natale”.
Qualche minuto ancora, poi via a scartare i regali.
Non è la stessa cosa di quando erano piccoli e ad ogni regalo c’erano occhi stupiti, sgranati, pieni di magia. Ricordo ancora l’enorme trattore giocattolo che regalai a mio figlio quando aveva tre o quattro anni. Una fatica enorme nel portarlo su dalla cantina e poi impacchettarlo all’una di notte cercando di non fare rumore per non svegliare la moglie che stava male ed i figli che avrebbero altrimenti visto me al posto di Babbo Natale. Non arrivava ai pedali, mio figlio, ma aveva la felicità dipinta sul volto. Ci giocò fino a quando, ormai troppo grande, non riusciva più nemmeno a starci dentro seduto nel seggiolino.
Basta poco per essere felici a quell’età, poi cresci e, con questa intensità, non accadrà più per tutta la vita.
O almeno, la felicità durerà solo attimi e avrà comunque sempre un sapore amaro.
Era diventata sera, ormai, e anche questo Natale era passato.
A questo e ad altro pensava Matteo, cinquantenne vedovo ed “esistenzialmente” stanco. Vedovo da pochi anni, stanco da quasi sempre.  Si sedette all’aperto, sul lato buio della casa a guardare il cielo.
Faceva freddo ed il cielo era limpido.
Le stelle sembrava avessero paura, la loro luce era tremula e nell’aria c’erano come strane vibrazioni.
Un senso d’oppressione riempiva aria e polmoni.
All’improvviso il grande prato sembra muoversi, alzarsi.
Nella luce debole della sera un’ombra sempre più grande sembra uscire da sottoterra per innalzarsi altissima.
Pezzi di terra, sassi, erba e anche qualche albero si alzano di molti metri e poi ricadono di fianco. La casa trema dalle fondamenta, si stacca qualche pezzo che cade vicino a Matteo che rimane fermo, non capisce, non sa cosa fare e aspetta.
Poi il silenzio, immobile, innaturale.
Il prato non c’è più, o meglio, dove c’era il prato ora c’è un piccola collina, quindici o venti metri di altezza, roccia e terra.
Cosa era accaduto.  
Matteo aveva assistito alla nascita di una collina nana. Forse a migliaia di chilometri di distanza due placche continentali si stavano affrontando, opponendo le loro immani forze e lì, nel prato a qualche decina di metri da casa sua, si era parzialmente sfogata una parte di quella forza.
Se così fosse stato, quella collina sarebbe cresciuta fino a diventare montagna, e insieme a questa chissà quante ne sarebbero spuntate lì attorno. Nel volgere di qualche millennio, forse sarebbero diventate le nuove Alpi.
Aveva assistito a quello a cui nessun altro uomo aveva mai assistito prima. l’inizio, la nascita di una catena di montagne.
Doveva considerarsi fortunato, solo gli dei avevano questo privilegio! Eppure, tutto questo lo lasciava quasi indifferente. Quasi, perché avrebbe dovuto cambiare casa, quella sarebbe certamente caduta nel giro di qualche anno, forse solo mesi o giorni. E poi il suo terreno che era pianeggiante e agricolo sarebbe diventato impraticabile per l’inclinazione, per la roccia e per l’altezza che avrebbe raggiunto.
Certo, forse avrebbe potuto accampare diritti sulla proprietà di quella montagna, ma per farne cosa? Alberghi, impianti di risalita e campi da sci. Che palle, che freddo e che sbattimento.
Che Natale di merda aveva passato Matteo quest’anno.
Meglio andare a dormire, sperando di sognare ancora di lei, dei suoi baci e del profumo del suo corpo.
Il nuovo Monte Bianco poteva attendere, tanto era appena nato!!!

Marino Polgati

mercoledì 9 gennaio 2013

Corso di scrittura narrativa e poetica

Il 9 febbraio inizia il corso di scrittura narrativa e poetica. Se scrivere è parte della tua vita o vuoi che lo diventi, vieni a farlo con noi. Troverai un contesto accogliente e stimolante. E ti verrà chiesto di leggere e di scrivere tanto. Informazioni al 349 55 99 101. E-mail: giulianasalerno@yahoo.it

Giuliana Salerno




lunedì 7 gennaio 2013

La cioccolata - Racconto

E piove anche oggi. Sono veramente stanca. Continuo a leggere questi fogli: animali che perdono la pelle se qualche predatore li attacca e riescono a farla ricrescere. Mi ricorda la leggenda di quelle creature della mitologia irlandese che da foche si trasformavano in donne dopo aver  perso la pelle... sarebbe una storia interessante per il mio sito. Allora dai, lavoriamo.
Niente, oggi non riesco. Forse è il caso di uscire, fare un giro a piedi, magari con il cane: la bestiolina mi guarda con aria pietosa da un po’. Ho come l’impressione che sappia leggere nel pensiero.
Dai, andiamo.
Sai che mi piacerebbe fare? Andare al bar e prendere una cioccolata. Dai, canina, oggi ci bagnamo ma ne vale la pena.
Arrivati al bar ci sediamo e il padrone del locale si avvicina, speriamo che non mi chieda di uscire perché sono con il cane: oggi non lo sopporterei. Invece fa una carezza alla cagnolina, che stranamente non finge di essere feroce, e mi chiede se voglio qualcosa. Qualcosa?
“No, sono venuta solo per la cioccolata, quella mitica cioccolata cremosa e profumata che fate in questo posto”. Sicuramente avete qualche ricetta segreta, tramandata dai tempi degli Aztechi.
L’uomo ride ma non tanto, forse è proprio così. In attesa di gustare l’agognata bevanda  apro un libro che avevo iniziato a leggere e che avevo dimenticato nella borsa. Magari non mi stava piacendo, però posso riprovare. Leggo qualche riga e mi ricordo... noioso e lento. Lasciamo stare. Leggo troppi gialli nordici e non riesco più a sopportare la scrittura rallentata e fumosa.
Un profumo atteso colpisce i recettori delle mie narici, sento molecole di piacere che si allargano sulla mucosa seguendo il ritmo involontario del respiro. Nell’aria che assorbo sento musiche e profumi venuti direttamente da un mondo antico e misterioso. Chi ha inventato la cioccolata forse era un mago innamorato e doveva ammaliare una donna fredda e distante, una regina altera, difficile da incontrare. Difficile da amare.
Così penso, mentre il padrone del bar mi guarda scuotendo la testa e, battendo leggermente sulla spalla, cerca di attirare la mia attenzione. Ma la mia mente è altrove. In un posto lontano, in un tempo lontano, alla ricerca dell’uomo che riuscì a far innamorare una donna donandole una cioccolata.

Gianna

martedì 25 dicembre 2012

Il regalo - Racconto


Giovanna gli sorrideva mentre lui fissava, con un po' di sgomento, il pensierino appena scartato sotto l'albero. Poteva confessarle che era il regalo più orrendo che avesse mai ricevuto?
No, che non poteva.
Avrebbe rovinato tutto. Sì, perché lui ormai si era convinto, già dai primi istanti del loro incontro, che lei fosse la sua anima gemella, l'altra metà della mela, del cielo, della terra, quello che volete.
Si erano piaciuti e presi subito, dopo la serata alcolica a casa di quello stordito di Cecco, buono a nulla nella vita, ma insuperabile organizzatore di party prorimorchio.
Lei era bella, giovane, intelligente, disinibita. Aveva gli stessi suoi gusti, gli stessi interessi, lo capiva al solo sguardo.
Almeno fino ad ora.
Insieme si erano davvero divertiti negli ultimi mesi, e sembrava tutto così perfetto che neppure questa nota stonata del rito natalizio, che lei aveva organizzato cogliendolo di sorpresa, con tanto di alberello e palline, e cenetta e regalini, era riuscita a scalfire la certezza che lei fosse davvero quella giusta, l'insostituibile, la papabile, l'impalmabile.
Forse.
Ma la cravatta rosa antico con gli elefantini gialli non si poteva proprio vedere. Che cosa c'entrasse lui, insegnante di ginnastica perennemente in tuta, con una cravatta da denuncia, proprio non riusciva a spiegarselo. Quale poteva essere stato il motivo scatenante per cui lei aveva deciso che a lui piacessero le cravatte?
Forse era uno scherzo.
Che poi non era nemmeno per il colore o il disegno, era proprio per la cravatta in sé. Quando mai lui ne aveva indossata una? Era sempre riuscito a svicolare dall'obbligo del fastidioso orpello in più di un'occasione, che fosse una riunione scolastica o un matrimonio, grazie all'unica giacchetta stilosa che possedeva e che lo salvava dall'accusa di sciatteria.
Solo una volta aveva indossato l'osceno cappio, al funerale di suo padre, preso a tradimento dalla mamma che gliel'aveva legato al collo approfittando del suo dolore, una striscia nera d' incerta provenienza, probabilmente appartenuta al defunto.
Riposa in pace, pezzo inutile di stoffa.
Il turpe accessorio era un affare che proprio non lo riguardava. Nel suo armadio, che pure lei aveva sbirciato, impicciona, quelle volte in cui si era fermata da lui dopo le mirabolanti sedute alle quali fin da subito lo aveva abituato, non ce n'era neanche l'ombra. Impossibile pensare che ne avesse bisogno, visto il suo consueto abbigliamento. Impensabile anche solo sperare che gli piacesse.
Ma anche inconcepibile, ora, dirle che aveva toppato in pieno.
Lei se la sarebbe presa a morte, ne era sicuro. Aveva già capito il genere, del tipo sexy e intelligente ma anche permalosa, come quella volta a Roma quando la piccola non era riuscita a tradurre l'iscrizione latina e lui le avevo fatto un mazzo tanto, rinfacciandole l'inutilità dei suoi studi classici.
Lei non l'aveva più guardato in faccia per tutto il pomeriggio.
Ecco perché non gli andava 'sta cosa dei regali di Natale. C'era sempre da venirne fuori con le ossa rotte. Ci avevano scritto sopra e libri e commedie su questa iattura natalizia, e sul suo corollario di fraintendimenti, incomprensioni, inutili discussioni. Non c'era un solo amico o conoscente che non avesse ricevuto un orrore come regalo di Natale; che non si fosse sentito incompreso, poco apprezzato, offeso da quell'oggetto che avrebbe dovuto gratificarlo e invece gli aveva provocato sinistri moti intestinali.
“Se non ti piace il colore, possiamo cambiarla. C'è anche blu" dice lei a un tratto.
Blu con gli elefantini gialli, che delizia. Sarebbe stato anche peggio, gli elefantini si sarebbero notati di più.
No, grazie.
Ma come rifiutare il regalo senza rifiutare, implicitamente, anche lei? Certo, c'era anche l'opzione fare finta di niente e accettare di buon grado, ma ciò avrebbe significato doverla indossare, prima o poi, la striscetta immonda, almeno per una volta.
Non poteva farcela.
Il pensiero di mettersi quella cosa soffocante al collo, proboscide in un mare di proboscidi, gli faceva accapponare la pelle.
Doveva dirglielo.
Però, però. Cosa avrebbe fatto senza di lei, se l’avesse perduta? Se lei si fosse offesa oltremisura, e non l'avesse più voluto vedere? Oppure fosse rimasta tanto amareggiata da farlo sentire un verme, rovinando così la serata che già era iniziata male con 'sta cosa dell'alberello e delle palline e delle lucine e dei regalini, ma che almeno poteva finire in bellezza su quel bel tappeto soffice vicino al caminetto che aveva adocchiato fin dal suo ingresso?
No, dai.
Prese un bel respiro, mise su il suo faccione da cucciolotto che lei adorava, aprì la bocca e in un soffio rispose: “Grazie, tesoro. E’ bellissima”.
Lei lo guardò con un misto di tenerezza e ammirazione. Il tappeto soffice sembrò avvicinarsi da solo. La meta era a un passo. Mancavano solo pochi attimi, quelli che a lei sarebbero serviti per scartare il suo, di regalo, e poi finalmente la serata avrebbe preso la piega giusta, l’unica che avrebbe potuto rendere sopportabile l’albero, le palline, le lucine, eccetera.
Attese.

Pietro la guardava con un misto di venerazione e desiderio mentre lei si rigirava fra le mani il contenuto del pacchetto appena scartato, un tremendo perizoma rossonero. Poteva confessargli che era il regalo più imbarazzante e offensivo che avesse mai ricevuto?

Daniela Invernizzi


venerdì 21 dicembre 2012

Pina - Racconto


Erano diversi giorni che Pina si trovava adagiata sul terreno in compagnia di aghi di pino, muschio e altri suoi simili.
Da tempo, era consapevole che prima o poi sarebbe caduta, trasformandosi pian piano in humus, ma il ricordo di ciò che aveva visto con il suo babbo Pinosilvestre la rincuorava.
Sì, perché Pina era una pigna, una grossa pigna, con le sue belle brattee legnose e cresciuta su uno dei rami più alti.
Da lì aveva assistito agli spettacoli più belli che la natura le potesse offrire: albe, tramonti, le acrobazie degli uccelli in volo, i cambi delle stagioni, i colori delle piante e tante altre meraviglie ancora.
Ora giaceva a terra per terminare il suo ciclo naturale, quando, ad un tratto, sentì delle voci di piccoli umani avvicinarsi.
Stavano raccogliendo delle pigne e, quando uno di loro le fu vicino, lo sentì gridare:
“Ehi, ne ho trovata una bella grossa che fa al caso nostro!”
E, cosi dicendo, il ragazzino la raccolse e la mise in una borsa.
Arrivati a casa, la sacca venne svuotata e Pina si ritrovò su un tavolo con altre pigne più piccole. I ragazzini le presero una ad una e le pulirono per bene. Una volta pulite, le pitturarono di rosso, d’oro e d’argento. Man mano che il colore asciugava, un sottile nastro veniva legato al picciolo, in modo da appendere le pigne ai rami di un piccolo pino al centro della stanza.
Pina si stava chiedendo quale colore sarebbe toccato a lei, quando uno dei ragazzini la prese.
Con un temperino, iniziò a toglierle le brattee seguendo uno schema preciso. Così facendo, creò una cavità e trasformò così la pigna in una piccola capanna. 
Più tardi, Pina venne deposta su una corteccia piana. All’interno della sua cavità, vennero inserite delle piccolissime statuine: due animali accucciati, due umani inginocchiati e un piccolo nido di paglia in mezzo a loro.
“Sì, ora è pronta. A Natale metteremo Gesù bambino nella mangiatoia,”  disse il ragazzino mentre sistemava l’originale presepe sulla trave del camino.
Venne la notte, le luci si spensero e tutti gli umani andarono a dormire. Pina pensò a tutto ciò che le era successo durante la giornata. Malgrado non avesse capito il significato di quelle due parole cariche di gioia, che più di una volta aveva sentito pronunciare, si rivolse alle sue compagne dai colori sgargianti e disse:
“Buon Natale.”

Cristian Longhi   

mercoledì 19 dicembre 2012

Smart Xmas - Racconto


Caro Chicco,

ti scrivo per farti sapere che sono stato bravo, molto bravo.
Sono buono da un’infinità di tempo, e, in modo particolare, lo sono con te da 27 anni, dal tuo primo Natale.
Prima ancora che tu potessi esprimere pensieri coerenti, che fossi in grado di identificare e formulare un desiderio che andasse oltre i più basilari bisogni legati alla sopravvivenza.
Quando poi, con la crescita, i desideri hanno iniziato a prendere forma e a diventare sempre più numerosi, sempre più forti e consapevoli, ho cercato di esaudirli, come ho potuto.
Certo, farli realizzare tutti sarebbe stato impossibile, se non dannoso.
Ricordi quando volevi una moto d’acqua vera? In quel periodo, guardavi “Baywatch” e chissà che ti eri messo in testa. Sognavi di andarci sul mare di Celle Ligure, durante le nostre due settimane di vacanze, in agosto? O contavi di allenarti, prima, nel Lambro, tra le pantegane? Ricordo quanto ho riso, quando ho letto: “Mi raccomando: vera, ormai sono grande!”
Poi, però, mi si è stretto il cuore, guardando la tua faccia mentre aprivi quel pacchetto troppo piccolo e la tua delusione nel trovarvi, all’interno, solo un modellino. Ti è passata quasi subito e ci abbiamo giocato insieme nella vasca da bagno.
Quello è stato l’ultimo anno che hai scritto a Babbo Natale.
“Baywatch” hai continuato a guardarlo, ormai per le ragazze, più che per le moto d’acqua.
I regali, comunque, non hanno smesso di arrivare, anche senza lettere.
Davvero non puoi lamentarti, da me e dalla vita hai avuto parecchio, quindi, non penso che te ne avrai a male se quest’anno non riceverai nulla.
So cosa stai pensando, pensi che i regali a cui tieni davvero, adesso, non te li porto più io, te li compri da solo. Pensi a quel pacchetto all-inclusive in un albergo a quattro stelle, con spa e campi da golf, tennis e piscina olimpionica a Istanbul. I biglietti dell’aereo li hai già acquistati e anche l’hotel è un prepagato, per avere un prezzo migliore. Ieri sera, ti sei collegato con il tuo smartphone, hai inserito la tua carta di credito e hai ricevuto subito il coupon di conferma e i biglietti elettronici per il volo. Poi sono arrivati i bambini: ti si materializzano sempre davanti, quando smanetti con il cellulare.
Non ti piace che ci giochino, hai paura che lo facciano cadere o che ti incasinino qualcosa, ma, in fondo, sei orgoglioso di come, intuitivamente, lo sappiano usare, anche la piccolina che ha solo 3 anni. Ti sei sentito generoso, forse a causa del viaggio con tua moglie, che già pregustavi, e hai voluto riempirli di meraviglia. Ti è bastato scaricare l’app “I-Santa”. Ė una figata, parte tutta un’animazione con le renne che volano nel cielo pieno di stelle e fiocchi di neve e poi compare Babbo Natale che fa ho ho ho! battendosi sul pancione. Ci sono diversi giochini che si possono fare: Angry Reindeer, il Tetris dei pacchi dono e la Xmass-ville degli elfi, ma, soprattutto, c’e’ la mail per Santa.
In realtà è un link per acquisti on-line di giocattoli.
Hai fatto scegliere ai bambini tre regali a testa, guidandoli verso giochi adeguati all’età e non troppo costosi. Gli acquisti sono finiti direttamente nel carrello.
Inseriti i dati della tua carta di credito, è comparsa la letterina personalizzabile con le foto dei regali già inserite nella lista.
È stato sufficiente scegliere lo sfondo e le formule standard di richiesta e augurali e poi la piccola ha toccato lo schermo, la letterina è stata inviata e Babbo Natale è comparso per un ho ho ho finale.
E io, io mi sono sentito morire.

Per me il Natale è sempre stato un momento speciale.
In cantina, c’è tutto uno scaffale dedicato. Vi conservo, ben riposte, le decorazioni, divise per tipo: le palline, le luci, i festoni e, in una scatola di latta, puntale e stella cometa. Dietro, c’e’ il grande abete di plastica, smontato e ripiegato. Risale al tuo primo Natale. Di fianco all’albero, chiusa in un sacco della spazzatura per non prendere polvere e per nasconderla a occhietti curiosi, c’e’ una busta con dentro il costume e il cappellino rossi bordati di pelliccia sintetica bianca.
Questo è il primo Natale senza tua madre.
È molto triste per me.
Pensavo lo avrei passato con te e la tua famiglia, invece hai deciso di concederti una breve vacanza all’estero. I bambini andranno dai tuoi suoceri.
Sai, volevo far scrivere ai piccoli una vera lettera a Babbo Natale, con carta, busta e francobollo. Li avrei accompagnati all’ufficio postale per farla spedire al Polo Nord. Ci pensi all’attesa piena di aspettative? E la sorpresa, quando mi fossi vestito da Babbo Natale per consegnar loro i regali alla mezzanotte?
Invece niente.
All’inizio, mi sono detto che, in fondo, avevi la tua vita e che non potevo pretendere. Poi, però, ho pensato ai Natali passati, ai desideri che si realizzano se si è buoni e a quanto sono sempre stato buono io nel cercare di realizzare i vostri di desideri, i tuoi e quelli di tua madre.
Stavi guardando un film in prima visione sulla pay-tv.
Tua moglie, stava mettendo i bambini a letto.
Il cellulare era sul tavolo.
Ho fatto solo qualche piccola modifica. Il nome, il cognome è lo stesso. Un posto, invece di due e, allo stesso prezzo, una destinazione più lontana. Un altro albergo, medesima catena, per 15 giorni.
Partenza: oggi.
Ti scrivo sulla carta da lettera che avevo comprato per i bambini, chissà se ti piacciono ancora le renne.
Il bagaglio a mano è già pronto sul letto. Non porto altro, sarò sempre in costume.
Non preoccuparti per me, starò bene, molto bene. Non farmi cercare e, soprattutto, non mettere in giro una mia foto, sarebbe inutile: ti sorprenderà, ma ho tagliato la mia adorata barba bianca.
Ti manderò una cartolina, con le palme. Una anche a tua madre, quella stronza. Su facebook, ho visto come si chiama quello con cui è andata a stare, su internet ho trovato anche l’indirizzo di casa. E dire che, quando mi hanno messo in cassa integrazione, non ci volevo andare al corso d’informatica per la riqualificazione professionale. Invece, è stato utile, ho scoperto di avere un certo talento per queste cose.
È arrivato il taxi, devo andare. Ti auguro di passare delle buone feste a casa, con la tua famiglia.

Il tuo papà,

Natale
 
di Giuliana Annesi

domenica 16 dicembre 2012

Il riposo della Befana - Racconto

18 dicembre. “Un mese di riposo, signora. Non un giorno di meno,” ordinò il medico mentre compilava la ricetta. La Befana, il collo immobilizzato in una fasciatura rigida, lo guardava con tanto d’occhi.
Il giorno prima la Befana si trascinava, curva, da una stanza all’altra della casa. Il Natale era alle porte, nonostante anche quest’anno si fosse ben mimetizzato tra le musichette, i colori e gli splendori di mercatini e centri commerciali. Bambini e ragazzi sciamavano nei cortili delle scuole, nelle strade, nelle stazioni. I genitori li accompagnavano per un pezzo, si staccavano da loro, poi li riprendevano per riaccompagnarli, lasciarli ancora, ritrovarli dopo.
La Befana tornò a sedersi alla scrivania. Il mal di schiena le fece fare un gemito. Una mano sul mouse, l’altra allo schedario, gli occhi arrossati sul monitor, intenti sull’ultima e-mail. “Questa è da decifrare, altro che leggere”, borbottò tra sé. “Ci capivo di più quando scrivevano a mano. Almeno facevano attenzione alla punteggiatura e distinguevano maiuscole e minuscole. Adesso credono di mandare essemmesse, altro che letterina alla Befana. Ci sono più ‘kappa’ che ‘acca’. Più faccine che virgole. Più numeri che lettere. E guarda, guarda quest’altro messaggio. È uno spudorato copia-incolla della lettera a Babbo Natale, questa bimba furbetta ha cambiato solo i nomi dei regali. Come se io e Babbo Natale non comunicassimo! Neanche lo sforzo di riscriverla daccapo! E guarda, anche l’immagine è scaricata direttamente da internet!” E mentre così pensava, probabilmente perché il nervoso le aveva fatto irrigidire i muscoli, aveva sentito come un “crick” alla base del collo, e nel giro di due secondi si era resa conto di non poter più muovere la testa.
Il giorno dopo la Befana provò a ribellarsi all’ingiunzione di rimanere a casa per un mese.
“Ma come faccio, dottore? Devo ancora completare il lavoro di segreteria, ultimare gli ordini, fare lo stoccaggio in magazzino… e poi, il 5 gennaio devo consegnare!”
“Il 5 gennaio non se ne parla neanche, signora. Vuole rovinarsi la salute? Lei deve cominciare a riguardarsi, non è più una fanciulla, suvvia!”
“Ma si rende conto di quello che mi chiede? Io sono la Befana!”
“E io sono Babbo Natale… Signora! Ha idea dell’umidità che scende di notte? Tutto a carico delle sue ossa. Lei lavora troppo, abusa della sua età e delle sue forze. Non si discute: se ne sta a casa almeno fino a metà gennaio.”
Rimasta sola, la Befana si sentì prendere dallo sconforto. Poi fece un sospiro profondo e cercò di sollevare lo sguardo quel tanto che la fasciatura le consentiva. “Non devo perdere la calma. Devo solo organizzarmi, assumere dei collaboratori. Non posso più fare tutto io, il lavoro negli ultimi anni si è moltiplicato. E al corso di aggiornamento ce l’hanno spiegato bene: uno dei principi fondamentali del management è proprio delegare. Delegare, delegare, delegare, per poter svolgere meglio il lavoro dall’inizio alla fine, dalla raccolta dati alla consegna della merce, alle telefonate di follow-up per verificare il gradimento del servizio.”
“Ti do due consigli,” le disse l’amico Cristoforo, Santo patrono dei viaggiatori, venuto un paio di giorni dopo ad ascoltare la angosce della Befana.
“Il primo: rallenta, Befana, sei stanca. Sei nervosa. Pensi ai bambini tutto l’anno, poi ti arrabbi con loro perché non ti mandano più le lettere e i disegni fatti a mano come una volta, e arrivi al 5 gennaio che sei esausta. Questo torcicollo non è affatto un caso, ma un segnale importante di cui devi tener conto! Riposa, rilassati.
Secondo: chiama Santa Lucia e Babbo Natale e fatti aiutare. Chiedi loro di distribuire i tuoi regali, solo per quest’anno. E non storcere il naso. Sì, lo so, c’è sempre stata un po’ di competizione tra voi, ma qual è la priorità, qui? Avanti, dimmi, qual è?”
“I bambini…” sospirò la Befana.
“I bambini. Vedi che lo sai da sola? Chiama i tuoi colleghi e chiedi aiuto.”
“Sì, Cris, farò come dici tu. Ma non li chiamo tutti e due. Litigano di continuo, non lo sai? Sono come il sole e la luna, il diavolo e l’acqua santa… Farebbero un gran pasticcio! Meglio non metterli a lavorare insieme.”
“Davvero? Non sapevo…”
“Davvero. L’ultima volta, Santa Lucia lo ha chiamato ‘U diavulazzu’, perché sa che è tutto vestito di rosso, anche se lei non può vederlo… Babbo Natale era furioso.”
“E va bene. Chiedi solo a Babbo Natale, allora. È generoso, ed è un professionista. Non lo dovrai neanche pregare… e farà un ottimo lavoro.”
La mattina dopo la Befana, che si stava ormai rassegnando all’idea, telefonò a Babbo Natale per chiedergli se poteva sostituirla la notte del 5 gennaio. San Cristoforo aveva visto giusto: Babbo Natale non se lo fece dire due volte.
“No problem, Beffy! Fammi solo chiudere il 25 e poi mi metto in moto per il 5!” “Grazie,” rispose la Befana a denti stretti. “Guarda che se non puoi, posso organizzarmi diversamente…”
“Ma figurati, Beffy! Considerala cosa fatta! Ci vediamo da te alle dieci la sera del cinque!”.
Messo giù il telefono, la Befana cominciò, inaspettatamente, a sentirsi più leggera. “Per una volta che mi faccio aiutare… Non cascherà mica il mondo!”,
La sera del cinque gennaio, Babbo Natale si presentò puntualissimo davanti al magazzino della Befana, che poi era proprio accanto alla casa di lei.
“Il dolore al collo è molto più sopportabile, ormai…” la sentì dire.
“Il dottore ha esagerato, io sto già bene!” continuò lei.
“Scherzi?” replicò severo Babbo Natale “Sei pallida, non sei ancora a posto! Tu non preoccuparti di niente, penso a tutto io.”
“Ma le renne? Avete già girato tutta la notte del 25… è un superlavoro anche per loro!”
“Le renne sono in formissima e io sono fresco come una rosa, non si vede, Befanuccia? E poi… ti assicuro che il cenone di Capodanno mi ha meravigliosamente rifocillato!”
La Befana non seppe cosa rispondere. In effetti Babbo Natale scoppiava nel suo completo rosso. Un’esplosione di salute e anche del cotechino del Veglione, probabilmente. Era lei a perdere colpi!
Gli diede la cartellina con gli ordini, l’inventario e gli indirizzi. Poi gli porse le chiavi del magazzino. Fece una carezza alle renne e, a lui, un cenno di saluto.
“Ci vediamo domattina, Beffy! Vengo da te a fare colazione. E sta’ tranquilla!”
La Befana rientrò  mestamente in casa. “Vorrà dire che guarderò un po’ di tv, non lo faccio mai… E speriamo che mi concili un po’ il sonno”.
Erano le tre di notte, quando sentì squillare il cellulare. Guardò il monitor: il nome di San Cristoforo lampeggiava sul dislplay.
“Ciao, Cris, come mai a quest’ora della notte?” Percepì, dall’altra parte, come un’esitazione. “Befana, sei a casa, tu?”
“Certo che sono a casa, avevamo deciso così, no?”
“E i regali?”
“Cris, ti sei già dimenticato? Ci pensa Babbo Natale, per quest’anno. Io sono a riposo.”
Un’altra esitazione.
“Cris, è tutto a posto?”
“Befana, qualcosa non va.”
La Befana si sentì il collo sudato sotto la fasciatura.
“Cosa vuoi dire?”
“Sto controllando le rotte notturne sul monitor, come al solito.”
“Beh, lo fai sempre, no? Con il satellite…” Sentiva il collo sempre più sudato.
“Appunto, Befana, da quando c’è il GPS. E ho visualizzato la slitta di Babbo Natale che partiva da casa tua.”
“Infatti. È stato da me in serata, abbiamo fatto il passaggio di consegne ed è partito. Cosa c’è che non va?”
“Cosa c’è che non va? C’è che sono le tre di notte e Babbo Natale non ha recapitato neanche un pacco, finora! La slitta è parcheggiata da ore sullo stesso tetto!”
“Santissimi Magi! E cosa aspetta quel chiacchierone a muoversi!? Ne va del mio nome! Della mia reputazione! E dei miei bimbi, che hanno diritto ai loro regali!”
“Befana, non lo so. Provo a chiamarlo, vuoi?”
“No, no, lascia. Lo chiamo io, quel pelandrone. Lo chiamo io!”
Ma Babbo Natale la precedette con un sms. La Befana lesse sul monitor del telefono:  
“INCASTRATO NEL COMIGNOLO DI CASA DI MATTIA, PRIMO BAMBINO LISTA. PROVATA ESTRAZIONE CON RENNE, INUTILE.”
La Befana si sentì venir meno. Le tre di notte… i regali ancora tutti sulla slitta… le renne… Babbo Natale incastrato… Il cotechino di Capodanno… Lei con il collo bloccato… Cos’era, un incubo? Forse. Ma poi le venne un’idea. Cercò un numero sulla rubrica del cellulare.  
La parola “sgomento” descrive solo in minima parte lo stato d’animo di Babbo Natale, che oltre a sentirsi disperato, provava anche un grande imbarazzo nel trovarsi con il pancione bloccato nel primo fumaiolo della notte. Com’era potuto succedere? Quanti comignoli aveva disceso negli ultimi cent’anni con l’agilità di un ragazzino? Stavolta, poi, aveva voluto anche strafare: ci si era buttato a pesce, e le gambe erano la parte di lui che le renne vedevano agitarsi all’esterno, e che neanche tirando tutte insieme erano riuscite a far avanzare di un solo centimetro.
Ma i miracoli accadono.
A un certo punto della notte, quando si stava ormai addormentando a testa in giù nel camino, Babbo Natale si sentì afferrare ai pantaloni all’altezza delle caviglie. Poi si sentì trascinare da una forza che gli parve cocciuta e fiera, da una volontà ostinata che non conosceva nelle sue renne. Ben presto si trovò a gambe in aria sul tetto pieno di neve, il pancione finalmente libero. “Ma cosa…” E mentre si rimetteva in piedi e iniziava a togliersi di dosso neve e fuliggine, il suo sguardo incrociò quello del più paziente, riservato e dolce degli animali.
L’asinello di Santa Lucia, già carico con una parte dei regali della Befana, si godeva le carezze dalla sua padrona, pronto a partire. Come la vide, Babbo Natale fece istintivamente un piccolo inchino e disse: “Buonasera, Lucia.” “Andiamo,” ribatté la Santa.
La mattina seguente, all’ora della colazione, la Befana sentì delle risatine e lo scalpiccio degli zoccoli degli animali. Si affacciò. Babbo Natale, in piedi accanto alla slitta ormai vuota di regali, porgeva la mano a Santa Lucia: “Occhio al gradino, Lucy. Ti faccio strada…”.


Giuliana Salerno

Treviglio, 15 dicembre 2012